Un bel discorso. Veltroniano

Il discorso di Gianfranco Fini dal palco di Mirabello merita di essere riascoltato. Che il presidente della Camera ci sappia fare, in quanto ad oratorio, è scontato: d’altra parte, ha trascorso una vita in politica ed è auspicabile che qualcosa l’abbia imparata. Ci sono punti condivisibili (il passaggio sulle quote latte, dove la Lega ha difeso gli interessi di pochi che non hanno rispettato le regole a scapito dei tanti che hanno fatto di tutto per adattarsi); altri meno (Fini si è scordato di ricordare, parlando del federalismo fiscale, di quanto sia stato già consegnato al Mezzogiorno, in termini di soldi, per poi essere sprecato).

C’è del rancore, dell’orgoglio, della stilettate che fanno parte della categoria “beghe di famiglia” (i colonnelli che cambiano generali, ma anche qui è giusto ricordare che da generale non ha mai predicato democrazia all’interno di Alleanza nazionale). Se ne è uscito con qualche frase fatta evitabile (tipo: chi governa non comanda? E allora che fa, caro presidente?), frutto dell’eccessivo parlamentarismo che ha soggiogato l’Italia per tutta la Prima repubblica, quando non erano le elezioni a formare i governi, ma i giochi tra i partiti.

Un discorso che ha molto della Prima repubblica: se non fossimo nel 2010 e se non sapessimo quello che è accaduto dal ’94 ad oggi, quella di Mirabella sarebbe parsa come una festa con tutti i crismi delle vecchie convention di movimenti, correnti, organizzazioni partitiche. E infatti il discorso di Fini è di vecchio stampo: elegante nella stesura, pieno di passaggi che nascondo molteplici letture e assente di pietre angolari. Un esempio? Non ha mai detto, chiaramente, che Futuro e libertà si appresta a diventare un partito vero e proprio. Pare averci pensato tu qualche secondo, optano alla fine per il termine “movimento”. Che vuol dire tutto e vuol dir niente. Ha detto che alcune cose vanno bene, “ma”. Che ci sono cose condivisibili con il programma del Cavaliere, “ma”. Che di qui, che di là, “ma”.

Se non ci fosse stato lui, su quel palco, sarebbe sembrato che alla Festa tricolore fosse intervenuto Walter Veltroni. Tant’è: il presidente della Camera torna sui suoi passi. Ha fallito con An, cedendo all’adesione con Forza Italia nel Pdl. Ha fallito nel Pdl, uscendone – lui dice di essere stato espulso e un documento di espulsione c’è, ma non poteva sperare di essere solo rimproverato per le dichiarazioni controcorrenti dall’alto della carica istituzionale che Berlusconi gli ha affidato: più la posta in gioco è alta, più le conseguenze sono forti.

Si mettano il cuore in pace i fusionisti del centrodestra: la strada non è percorribile, al momento. Perché a Mirabello si sono scontrati due modi di guardare alla politica troppo diversi, nonostante sedici anni di convivenza. A sancirlo è definitivamente è stato un bel discorso. Veltroniano.

Ps: mentre Fini arringava la folla sulla nuova destra, moderna, europea ed occidentale, sulle bancherelle circolavano ancora vecchi cimeli e ricordi, magliette con lo slogan “L’Italia agli italiani” giusto per fare sceglierne una. Così, tanto per chiarire che per fortuna non esistono solo i Filippo Rossi.

1 Commento

Archiviato in Politica

Una risposta a “Un bel discorso. Veltroniano

  1. Andrea

    ” lui dice di essere stato espulso e un documento di espulsione c’è ”

    calma: FINI NON HA MAI PRESO LA TESSERA DEL PDL perche’ non l’ha mai voluta prendere.
    Come si fa ad espellere qualcuno che non fa parte del partito?.
    Che qualcuno me lo spieghi per favore…

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