Epifania

Ci concediamo non tanto una licenza poetica, non ne saremmo capaci, quanto semplicemente una licenza. Arriva così l’Epifania, che oggi ci raccontano essere solo la ricorrenza che tutte le feste si porta via. Certa gente dovrebbe ricordarsi almeno qualche istante passato sui libri di greco, alle prese con versioni che non avevano né capo né coda e che nemmeno il Rocci sapeva svelare. L’Epifania è la data della Manifestazione o, meglio ancora, della Rivelazione. Per via del verbo ἐπιφάινω, tradotto “appaio”.

Alza gli occhi intorno e guarda: / tutti costoro si sono radunati, vengono a te. / I tuoi figli vengono da lontano, / le tue figlie sono portate in braccio.

E’ quanto si legge in Isaia giusto per l’occasione. Ai tanti filosofi che si ostinano a descrivere il Cristianesimo come il meccanismo diabolico che rende la gente bigotta, basterebbe ripetere questi versi nei quali viene detto ad ognuno di noi, per interposta persona, di levare lo sguardo e dare un’occhiata attorno a noi. Mica di proseguire come i muli, destinati a lavorare a cottimo. L’uomo, per come la si possa pensare, ha un’anima che non è quella che, in occasione del Natale, si commuove per le luci che arrivano a dipingere di rosa Porta Venezia in quel di Milano. La conferma ci arriva dalla solennità dell’Epifania, con tre saggi, i Magi, che si mettono a percorre chilometri affidandosi al mistero di una stella: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo”, domandano ad Erode, così ignorante da essere geloso di un pischello nato in una mangiatoia.

Ci raccontano che dal 7 di gennaio si torna tutti al lavoro e al rompimento di scatole di ogni sacrosanto giorno. Per fortuna, perché non si può passare una vita a poltrire. Ma nell’Italia che nel primo articolo della sua costituzione innalza il lavoro a fondamento della repubblica democratica, finiamo per odiarlo il ritorno al lavoro. E un motivo ci sarà. Come questo blog ricorda a lato aiutandosi con una frase di Cormac McCarthy, “ci sono due cose che contano veramente nella vita di un uomo: trova un lavoro che ti piace e trova qualcuno da amare con cui dividere la tua esistenza. In pochissimi riescono ad ottenere entrambe le cose”. Non compromette il fatto che l’individuo abbia il dovere di sentirsi soddisfatto anche se non riesce ad ottenere il meglio.

Il 6 gennaio, il pischello della mangiatoia si leva il manto che lo avvolge e si presenta per quello che è, si rivela per essere uno come noi, “fatto uomo”, per darci delle dritte su come stare a questo mondo. Non viene a reclutare eserciti e a promettere ciò che non può garantire (tipo le vergini in paradiso? Perché mai, quando sono sulla terra per permettere all’uomo di continuare a vivere?). Con l’Epifania attacca un nuovo anno, tanto che in alcuni luoghi anche d’Italia, si accendono fuochi augurali. Ad esempio, si dà fuoco alla strega (finta, prima che qualcuno torni a tirare in ballo certe brutte storie per vis polemica), messa in cima ad un falò, con l’augurio che l’inverno se ne vada presto e torni la primavera. Nulla è un caso.

Godiamocelo, questo ultimo giorno che per legge ci spetta di vacanza. Dal 7 gennaio torneremo ad essere una repubblica fondata sul lavoro, si spegneranno le luci, verranno disfatti i presepi e in televisione non manderanno più in onda i jingle con le renne e Babbo Natale. E torneremo ad essere i soliti di sempre, in attesa di un altro ponte per le ferie.

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