Tutti concordi, purtroppo

Renato Brunetta rivela a Fausto Carioti, in un’intervista per Libero, che la costituzione andrebbe rivista dall’inizio, non solo nella sua seconda parte. Ma da entrambi gli schieramenti si leva il coro del “no, questo non si può proprio fare”. Pure il leghista Calderoli fa il modesto: «Io non sono un entusiasta dell’art. 1 della costituzione, ma esso fa parte della nostra storia e penso che se si vogliono fare le riforme adesso bisogna limitarsi a cambiare la seconda parte della costituzione». Un bell’inno a quella melassa che Umberto Bossi aveva dimostrato di non gradire.

Brunetta, d’altronde, ha ragione e quindi sarebbe impensabile che la retorica italiana se ne rimanesse quieta. Il primo articolo della nostra Carta fa tremare i polsi. “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”: solitamente – nell’epoca contemporanea – repubblica è di per sé sinonimo di democrazia, eppure i legislatori dell’Assemblea costituente ci aggiunsero quel “democratica” che finisce per confondersi con la sigla dell’ex Germania dell’Est, non proprio un esempio di democrazia. E poi ci sarebbe il resto dell’articolo incriminato a dover sottolineare il tratto democratico del nostro sistema, dal momento che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”. In realtà il tutto ha il sapore dell’imposizione dall’alto e non delle fondamenta del passo, della cura palliativa, tanto che i governi di casa nostra non amministrano la res publica in nome di chi li ha chiamati a rappresentarli, ma la determinano.

Non a caso, all’italiano – suddito e non cittadino, contribuente e non utente – spetta il lavoro, non la dignità della persona. Un sistema di diritto, doveri e istituzioni “fondato sul lavoro” pare estrapolato apposta da qualche saggio socialcomunista per cui l'”arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi – sì, come si leggeva all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Paradossalmente, l’Italia garantisce tutto eccetto il lavoro che non c’è: non per colpa della crisi, ma del nostro sistema economico compresso da ordini professionali, authority e burocrazie che azzoppano la concorrenza e l’iniziativa personale, nonché privata. E dove i sindacati, oggi, in larga parte tutelano gli interessi dei pensionati e non dei lavoratori.

Brunetta ha quindi ragione, ma purtroppo sono tutti d’accordo contro di lui.

Lascia un commento

Archiviato in Politica

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...