La Fortuna del Cavaliere

Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam le ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi.

Che “Il Principe” (o meglio “De Principatibus”) di Nicolò Machiavelli sia un manuale utile per muoversi in politica, non ci piove. Per il semplice fatto che le regole basi di allora – 1513 – valgono tutt’oggi dal momento che la politica è fatta dagli uomini e, per quanto ci si sia applicati, gli uomini sono rimasti tali. Ogni tanto la questione della “fortuna” fa capolino nel dibattito politico e calza a pennello in queste ore che vedono il governo di centrodestra alle prese con problemi tosti, seri, nonostante sia in vita da un anno e mezzo o poco più.

Ci eravamo detti che con la solida maggioranza ottenuta dalle urne dell’aprile 2008, Silvio Berlusconi avrebbe avuto i numeri per governare dopo il fallimentare mandato di Romano Prodi, aggrappato ad una manciata di voti. Così non è. Perché non è un governo forte quello che vede un ministro minacciare un collega: “Non avvicinarti troppo o ti do un calcio nel culo”. È lo sfogo ormai noto di Tremonti nei confronti di Brunetta, uno di quelli che vedrebbero bene l’uomo dell’Economia fuori dall’esecutivo. Il giorno seguente (il minacciato calcio nel sedere risale a giovedì), lo stesso Tremonti si è ritrovato con una Banca del Sud arenata in Senato perché l’emendamento che la riguardava non era passato per la commissione Bilancio. Se ne sono accorti solo al momento della votazione? Difficile crederlo. La classe politica italiana si perde in molti bicchieri d’acqua, ma è astutissima quando si tratta di dover fare uno sgambetto.

I governi Berlusconi nascono sempre un po’ sfigati: l’11 settembre nel 2001 e le conseguenti guerre in Afghanistan e in Iraq. La crisi economica – e non più solo finanziaria – nel 2008. Terreno comune, allora come oggi, proprio l’economia. La testa del professor Giulio è di nuovo lì per lì dall’essere decapitata, tanto che pare di essere tornati al 2004, quando fu fucilato su ordine di Gianfranco Fini. Colpa delle decisioni molto pacate e per nulla “rivoluzionarie” del titolare del Tesoro. Tremonti, insomma, va sempre con i piedi di piombo e la cosa non piace. Possibile che se ne siano accorti nuovamente solo ora?

La “sfortuna”, oggi, è che di mezzo c’è pure un Cavaliere azzoppato dai guai giudiziari e da quelli personali; un matrimonio ufficialmente naufragato e un divorzio prossimo a entrare in tribunale; una figlia che vorrebbe scalzare un’altra figlia; una moglie che inciucia con la parte, chiamiamola culturale, avversa; un direttore del Giornale di famiglia che gli crea non pochi grattacapi con gli attacchi al presidente della Camera (anche se in questo caso, rimane il ragionevole dubbio che agisca su commissione, ma è appunto un dubbio). Certo è che se Berlusconi si trova in questa situazione, è anche per colpa sua.

Sorprende, in questo clima, che non sia giunta dal premier la risposta forse più facile: forte di quella che dovrebbe essere una maggioranza diffusa e che è confermata dai sondaggi, quanto ha ancora intenzione di attendere prima di presentarsi di fronte al Parlamento per parlare alla nazione? E a quella opposizione che denuncia un giorno sì e l’altro pure la confisca dei poteri concessi all’Assemblea? La nostra Costituzione, tra i moltissimi ostacoli, offre un’ancora di salvataggio: il ruolo attribuito ai partiti di dare un indirizzo a questa Italia. Non c’è un sovrano al quale rispondere, fosse anche solo formalmente. Non c’è nemmeno un presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo. L’unica, vera carica che ottiene un riconoscimento dall’elettorato è quella del presidente del Consiglio, che nell’Italia berlusconiana – per fortuna – è lo stesso a comandare il partito di maggioranza. Una faccia, un candidato e non le manovre dietro il sipario.

Allora, cosa aspetta il Cavaliere? Perché se è vero, come dice Machiavelli, che metà di quanto ci gira attorno è frutto dalla sorte, l’altra metà è la conseguenza dell’agire di chi ha il comando. Vada davanti a deputati e senatori e dica a noi – che lo abbiamo eletto – quello che intende realmente fare. Abbellisca pure il tutto con la sua abilità oratoria, ma lo faccia. Per uscire da questo empasse, serve arrivare ai ferri corti con i nemici, dentro e fuori casa: un duello faccia a faccia, come erano soliti risolvere i guai nei tempi andati, compresi quelli di Machiavelli.

Almeno avremo un sussulto e potremo dire che, dopo tutto, c’è ancora qualcuno che fa della politica.

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