La stagione dei capricci

La storia è vecchia quanto il mondo: spesso gli uomini quando ottengono una cosa, finiscono per pretenderne un’altra. Gli uomini di potere non sono da meno e, per quanto dovrebbero fare i conti con la responsabilità che si ritrovano, sembrano quasi divertirsi a dare il via ad una girandola di dichiarazioni e capricci che fanno fare loro solo una brutta figura. Così veniamo a sapere che ieri, ad Arcore, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha chiesto la vicepresidenza del Consiglio, la testa di Gianni Letta e un ruolo chiave nel Popolo della libertà. E sappiamo che Gianfranco Fini avrebbe messo in guardia il Cavaliere: “Se cedi, è la fine del berlusconismo”. Un’affermazione strana per il presidente della Camera che ha trascorso gli ultimi mesi a mettere in giro un distinguo dietro l’altro, al punto che è lecito pensare che a volere la fine del berlusconismo sia lo stesso Fini.

La maggioranza di centrodestra, da qualche giorno a questa parte, ha fatto i conti con il fantasma della crisi di governo, che non era trapelata nemmeno dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Corte costituzionale. Sarebbe davvero una commedia che le crepe si rendessero insanabili adesso, pensando che il tutto è partito da un’uscita azzardata di Tremonti sul posto fisso. Che ha scatenato alcune proteste all’interno della maggioranza, come era ovvio che fosse. Ma giungere al capolinea legislativo sarebbe troppo.

Ed invece, i capricci ci sono e stanno facendo male tanto al Pdl quanto alla Lega Nord, dal momento che si ritrovano sulla stessa barca. Manca un’opposizione seria, chiamata ad eleggere un segretario dopo una gestazione infinita, e così a Berlusconi è andata bene: se fosse stato il contrario, se il Pdl e la Lega avessero trovato in Parlamento un Partito democratico organizzato e compatto, i piagnistei da bambini che si sentono giungere da Palazzo Chigi sarebbero costati molto cari. E pensare che una maggioranza così, forse, al governo non capiterà mai più.

Il complesso universo economico italiano ha bisogno di trasformazioni: liberalizzazioni, abbassamento delle tasse, burocrazia alleggerita, imposte da eliminare, riforma degli ordini professionali. Al contrario, la polemica monta per un posto fisso (prima questo governo crea lavoro, prima ci saranno posti di lavoro ed allora il tutto passerà in secondo piano) e una carica in più dentro al giocattolo-governo. A ciò, si aggiungono i tentativi di defenestrazioni che passano sotto il nome di documenti anti-Tremonti. Di cui nessuno ha negato l’esistenza, sia chiaro: dai vertici del Pdl, infatti, qualcuno si è lasciato scappare un “sì, sono documenti che arrivano sul tavolo di continuo, ma non ci abbiamo fatto caso”.

I più ottimisti indicano una strada risolutiva: le elezioni, convinti che Silvio Berlusconi da solo possa tenere in piedi la baracca e ottenere un nuovo – l’ennesimo – ampio consenso. Ma la matematica, in politica, si trasforma in opinione: come si giustificherebbe il Cav. di fronte agli elettori che solo nella primavera scorsa gli hanno chiesto – per l’ennesima volta – di mettere un po’ d’ordine in questa Italia? Gli elettori non sono così cretini come qualcuno potrebbe credere facendo affidamento sui numeri sfornati dai sondaggi, che non tengono conto di una variabile: il rompimento di palle per i capricci che fa chi ha già tanto e pretende ancora di più.

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