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Omertà

Non si capisce per quale motivo una notizia finisca sempre in secondo piano. Ieri il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, è stato fatto oggetto di minacce con una lettera inviata all’Ansa di Bari: “Bersani deve morire, la sua macchina esploderà”. Un messaggio recapito in quel clima di scontro che è tornato a farsi sentire nel mondo del lavoro, con le sedi della Cisl prese di mira perché il sindacato, a detta di chi rimpiange la lotta di classe, è troppo molle con gli imprenditori. O meglio, i padroni, sempre secondo quei tali.

Non basta il sostengo espresso dalla classe politica nei confronti di Bersani. Occorre portare la questione a galla, mettendo in evidenza che in Italia, nel 2010, le polveri della violenza – anche solo verbale – che nasce nei substrati sociali non sono bagnate. Basta anche solo un zolfanello perché attacchi fuoco, non un gesto eclatante come un fumogeno sparato contro Bonanni.

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Paesello libertarian

Si è parlato, nei mesi scorsi, di Colorado Springs dove, di fronte alla crisi economica, i libertarian hanno messo in pratica la loro strategia: tagli alla spesa pubblica e privati che si danno da fare in nome dell’autogoverno. Roba da americani, uno pensa. Poi capita, un lunedì mattina come tanti altri, di tornare dalla piazza dopo aver preso il giornale e vedere all’opera dei pensionati con macchina per tagliare l’erba, rastrelli, forbici, forconi. Inzuppati di sudore: sono i soliti volontari di una sottospecie di cooperativa che si occupa del verde al villagio.

Sono dei compagni: a dirglielo, mica si offendono. Anzi, si inorgogliscono. E’ una questione di famiglia, tanto che del gruppo fa parte un parente stretto del sindaco. Che sia già cominciata la mobilitazione di massa ordinata da Bersani?

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Addio, Cavaliere

Non è facile pensare all’Italia senza Silvio Berlusconi. Non lo è sia per chi lo vota sia per chi lo detesta. Forse non è nemmeno giunto il momento di mettersi in testa una roba del genere, però qualcosa nell’ultimo anno è inevitabilmente cambiato. Questa sera, ad esempio, i finiani – che sono come quei “bamboccioni” che si nutrono del latte della madre e poi dicono che non è abbastanza scremato – sono in festa per le modifiche al disegno di legge sulle intercettazioni, sul quale il Cavaliere si è battuto a lungo scatenando l’indignazione della cosiddetta società civile.

Il presidente della Camera si muove da leader di non si sa cosa bene, ma certamente non da successore di Berlusconi. Una volta tramontata l’epoca di Silvio da Arcore, avremo modo di valutare quello che ha in testa l’ex capo di Alleanza nazionale, di giudicare la strategia elaborata dai suoi fidi, di capire il reale peso di tutte queste fondazioni che vengono spacciate per serbatoi di idee nuove, moderne, all’avanguardia, contemporanee e chi più ne ha, più ne metta.

Nel frattempo il legame con la Lega Nord si sarà rotto, i discepoli di Berlusconi si saranno riciclati, il panorama parlamentare tornerà ad essere frammentato, gente come Pierferdinando Casini tornerà a dettare l’agenda della contrattazioni partitiche, forse il Partito democratico comincerà a proporsi come alternativa per il semplice fatto che senza il Cavaliere, nonostante lo scontro personale che solleva, il gioco è troppo facile. Non c’è nemmeno il gusto dell’agone politico. Anche se infarineranno gli editoriali e i salotti televisivi di mantra che suonano così: è tornata la politica, è finito l’interesse privato innalzato a programma di governo, le parti sono tornate a confrontarsi, la dialettica si è ingentilita, l’aria è più fresca e il global warming era solo una sensazione, l’Italia non è mai stata così sana. I leader parleranno dai palchi e non si metteranno a fare le foto con i sostenitori e a fare i complimenti alle belle ragazze.

Magicamente scompariranno le gaffe, le bordate fuori traiettoria, accorreranno tutti con il fazzoletto per pulire il naso dell’avversario politico, avversario in senso nobile si capisce. Si vorranno tutti un gran bene.

Vero, il morto non c’è ancora: ma se davvero anche questa volta il Cavaliere riuscisse nell’impresa di fregare tutti, sarebbe un evento da riportare nei libri di politologia e strategia politica, anche militare se volete. La vediamo dura.

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La livorosa Debbi

Così parlò Debora Serracchiani a Cnr Media:

“E’ scontato dire che il voto per le liste di Grillo è stato un voto di protesta, come è scontato dire che i grillini hanno pescato a sinistra”, spiega la Serracchiani, secondo cui l’obbiettivo del Pd deve essere quello di “aggregare alla propria sinistra e aggregare anche le forze di protesta”. “Non bisogna guardare solo all’Udc, ma anche a tutta quella galassia che c’è intorno al centrosinistra, penso al popolo viola – conclude – ma anche a Grillo”.

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Scheda bianca

“Basta! Finiamola qui, mettiamoci a discutere dei problemi che interessano alla gente”, ha detto giovedì il segretario del Pd Bersani, in risposta alle dichiarazioni del premier Berlusconi, definito “un disco rotto”. Giusto, finiamola qui e cominciamo a parlare di programmi.

Come? Adesso l’opposizione è impegnata ad organizzare la manifestazione di sabato? Beh, allora si può fare da domenica. Però no, aspettate, perché quello è il giorno del riposo e non si possono offendere gli elettori cattolici a urne quasi aperte. Magari se ne riparlerà lunedì. Magari lo farà anche il Pdl, così ci spiegherà perché dovrebbe avvalersi ancora del diritto di chiamarsi maggioranza.

Queste Regionali le ricorderemo come le elezioni del pasticciaccio brutto, delle carte bollate e delle inchieste che riguardano il Cavaliere pronte a sbucare a due settimane dal voto. È una noia tremenda, oltre che un’offesa al povero contribuente. Se dunque tornano sullo schermo i dibattiti, noi chiudiamo qui con questa vicenda e non ne parliamo più fino a che non avremo la certezza di un risultato. Tanto da queste parti è da parecchie settimane che abbiamo deciso di non andare al seggio.

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Un nuovo sogno

Abbiamo un sogno da queste parti: che il Pd vinca le elezioni e vada al governo con l’Italia dei valori e con al seguito tutta quella masnada che sbandiera drappi viola. E con il sostegno mediatico di tutto il gruppo Espresso, del Fatto, dei giornalisti di Annozero. Sarebbe un magico trionfo che davvero ci auguriamo accada il più presto possibile.

Non è che siamo del tutto impazziti improvvisamente: è che desideriamo tanto vedere come si vivrebbe in un’Italia dove non vengono varati decreti interpretativi, ma leggi dopo leggi che regolino tutta la nostra vita, privata e pubblica. Un Paese con gli studi di settore per ogni attività: da quanto dobbiamo mangiare a quanta pipì ci è concessa fare al giorno. Uno Stato dove basta che uno non ritiri una volta lo scontrino e finisca irrimediabilmente di fronte al ditino indignato della burocrazia. Una repubblica dove un tale paga in nero 50 euro per un favore e subito sbucano le intercettazioni che lo mettono alla gogna per corruzione. E venga processato un pubblica piazza.

Sarebbe una gran bella Italia, non credete? Almeno ci renderemmo conto che un decreto interpretativo è forse solo l’ultimo dei problemi attorno ai quali sprecare tempo.

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Popolo dei Tafazzi

Nel centrodestra a quanto pare hanno trovato la soluzione: in piazza Farnese per chiedere indietro un voto che è stato il Pdl a perdere da una parte; i sostenitori del Cavaliere che chiedono di ritirare tutte le candidature in tutte le regioni dall’altra. Di mezzo, l’ipotesi di un decreto legge, ma non prima che Berlusconi sia salito al Colle. La politica offre colpi di scena degni di nota, come quello di confondere le parti e di far assomigliare la maggioranza ai soliti Tafazzi del centrosinistra.

In merito al caos liste ci sono probabilmente solo un paio di considerazioni da fare: la prima è che la burocrazia in Italia uccide e questo lo sanno bene i comuni mortali che se dovessero sbagliare una virgola nella propria dichiarazione dei redditi, si troverebbero la Guardia di finanza a piantonarli fuori di casa. La seconda è che il Popolo della libertà non ha la spina dorsale, tanto che nelle ore concitate di Roma e Milano il suo numero due, Gianfranco Fini, se n’è uscito con una infelice considerazione (“Così com’è non mi piace”). Magari sarebbe stato meglio sintonizzarsi sulle parole di Berlusconi che ha sbraitato per l’incapacità di certi funzionari. Avrebbe ottenuto applausi.

Il buon senso ispirerebbe una riforma dei partiti perché questi siano leggeri, non apparati, sostenuti dai volontari e non dai nominati. Ma tra un ricorso e l’altro, l’ipotesi è finita immediatamente sotto il malloppo di scartoffie. Gli unici a ragionare, per quanto li si voglia sempre criticare, sono quelli della Lega Nord (gente che impara la politica nelle sedi, non nei convegni e ai soggiorni in montagna): “Adesso bisogna parlare con Napolitano”, afferma Calderoli. “Lasciamo stare il decreto. Si troverà una soluzione politica”, ha aggiunto Bossi.

Anche perché dal Pd arriva un sano ragionamento (caso più unico che raro) di Bersani: “Di questa situazione è responsabile la maggioranza e se ne prendano la responsabilità, poi si vedrà. Certo non abbiamo mai pensato di vincere per abbandono degli avversari“. E invece tutti in piazza a fare i Tafazzi.

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L’Emilia abbandonata

Un gran parlare di Lombardia, Piemonte e Veneto, ma nel Popolo della libertà forse ci si è dimenticati a proposito dell’Emilia-Romagna. Tutto tace sull’altra regione del Nord che potrebbe rivelarsi terreno di uno scontro interessante tra la maggioranza e quel Partito democratico che dalla vicenda Delbono/Bologna è uscito particolarmente malconcio, anche perché non è solo nel capoluogo emiliano che le cose vanno male.

A Piacenza, per esempio, la città di Bersani, la giunta democratica ha attraversato ore difficili per una vicenda edilizia che ha portato il Consiglio comunale a discutere una mozione di sfiducia nei confronti del vicesindaco, per quanto poi respinta. Mentre la Camera del lavoro (fondata nel lontano 1891) ha dovuto fare i conti con tangenti, tessere false e arresti tra Ispettorato del lavoro, Cgil e Cisl.

Tant’è che di Emilia non se ne parla: difficile strapparla alla sinistra, ma arrendersi così a mani basse di fronte al principio che “l’Emilia è rossa” lascia davvero amareggiati. Nemmeno un anno fa, in occasione delle Amministrative, era un gran discutere sul boom della Lega in feudi come Reggio Emilia. Di quel dibattito non è rimasta traccia.

D’altra parte, l’Emilia non è mica il Lazio, vogliamo mettere?

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Il partito dei Repubblica

A sinistra la linea la detta il quotidiano di De Benedetti. Si sapeva da tempo, ma oggi è giunta l’ennesima conferma: perché mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, auspica un “ripensamento” dopo l’aggressione al premier e afferma che occorre una “larga condivisione” per le riforme, pur non essendoci al momento il “clima propizio” (e da qui la richiesta di un ripensamento), ecco che sul sito di Repubblica si legge che il Capo dello Stato se l’è presa con il governo. “Non paventare complotti contro esecutivo, la Costituzione non li permette”, si legge nel sommario di apertura.

Corretto, ma la “larga condivisione” intende anche quella dell’opposizione che, guarda caso, per bocca del segretario del Pd Bersani, poche ora prima aveva fatto sapere di essere pronta a confrontarsi con la maggioranza in Parlamento, dopo che La Stampa, nell’edizione in edicola sempre oggi, aveva indicato la possibilità di un vertice ufficiale Berlusconi – Bersani a Palazzo Chigi. Ma da largo Fochetti è arrivato il tassativo altolà.

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Il Soviet di Bersani all’opera in Emilia

da Notapolitica.it

Nel Partito democratico emiliano c’è del malumore. Colpa di alcune decisioni prese dal neosegretario, di origine piacentina, Pierluigi Bersani. Solo pochi giorni fa, a gamba tesa sulla nuova gestione era intervenuto Gianfranco Pasquino, politologo e tra i fondatori del Pd, che su Italia Oggi ha definito il partito «lento e per niente eccitante, ancora senza identità».

«A parte Ivan Scalfarotto, che proprio non capisco in base a che criterio sia stato premiato», osservava Pasquino, «gli incarichi a Rosi Bindi, Marina Sereni e Enrico Letta erano del tutto prevedibili e non lasciano presagire alcun cambio di passo. Ma il vero scandalo è stato l’aver nominato in blocco la direzione nazionale: un’operazione che neanche il Soviet supremo avrebbe fatto». Un Soviet. Parolone grosso. O semplicemente azzeccato perché Bersani pare seriamente intenzionato a mettere in atto quanto affermato nel corso della campagna elettorale per le primarie: no al partito liquido e senza tessere, sì al sistema bocciofila. E così capita che abbia (ri)imposto Vasco Errani come candidato del Pd alle Regionali in Emilia.

Errani ha già vinto nel 1999, è stato confermato nel 2004 ed è così pronto a presentarsi una terza volta come presidente. Una legge ad hoc è pronta, nero su bianco. A Bologna sta quindi andando in scena uno spettacolo simile a quello in programma a Milano, dove Roberto Formigoni è pronto a correre per la terza volta per la sedia di governatore della Lombardia a nome del Pdl. A creare mal di pancia è la posizione inamovibile di Bersani perché, fanno sapere dagli ambienti democratici emiliani, le alternative ci sono, eccome.

In particolare si guarda ad un assessore importante nell’attuale giunta regionale, Giovanni Bissoni, che si occupa di Sanità. Ma l’ex ministro non ha alcuna intenzione di cambiare opinione a riguardo. Errani è il candidato unico, altri nomi non sono ammessi. I vertici del Pd devono dunque prestare molta attenzione alle loro parole: se dovessero fare polemica per le scelte del centrodestra in Lombardia, qualcuno potrebbe far loro presente di guardare a casa propria.

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