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Almeno c’è la Lega

Del partito guidato da Umberto Bossi si può dire di tutto e di più. Si può anche aggiungere che con gli anni si è adeguato al sistema Italia e ha appreso l’arte di disporre al meglio le poltrone per i suoi uomini, come che ha smarrito quella vena libertaria che l’ha caratterizzata nei primi anni di vita. Ma rimane il fatto che in queste ore di frenetico gossip giudiziario, sia la Lega Nord a parlare di politica.

Prima su un tema a lei caro come il federalismo, poi consigliando al premier Silvio Berlusconi di abbassare i toni nello scontro con i nemici giurati, i pubblici ministeri di turno. L’alleanza di governo sarà garantita dall’approvazione del federalismo fiscale: se quindi il Cavaliere vuole continuare a presiedere il governo, dovrebbe prestare particolare ascolto ai consigli dei leghisti.

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Meglio irresponsabili

Di gente che ripropone usi e costumi della Prima repubblica, salvo poi far dire agli amici che saremmo alla vigilia di una Terza, ce n’è fin troppa e ha parlato pure da un palco a Mirabello. Ci mancava soltanto il cosiddetto gruppo di responsabili millantato da Nucara (Pri), ma che pare ormai destinato a fallire. Tanto meglio.

Questo governo ha – giustamente – rimarcato di aver ricevuto un mandato da una maggioranza di elettori che ha votato per il Pdl e la Lega Nord. Qualcuno non c’è più (Fli), amen: lo stesso governo ha deciso di proseguire sulla sua strada e quindi ora deve farlo con le proprie gambe, non andando a ritroso nel tempo quando erano i partiti, spacciando la cosa per Parlamento, a decidere le sorti delle elezioni: dal risultato delle urne, la Dc cominciava a tessere le alleanze per avere i numeri alla Camera e al Senato.

Quel sistema non ha partorito molto che sia degno di nota a cinquant’anni di distanza. Tanto meglio quindi vestire i panni degli irresponsabili, presentarsi alle Camere e rendere chiare le intenzioni per i prossimi tre anni. Se poi qualcuno farà lo sgambetto, sarà suo dovere spiegarlo ai propri elettori.

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Niente orgoglio, solo pregiudizio

Silvio Berlusconi ha dunque deciso di tirare avanti con il governo. Tra le tante letture che sono state date a questa decisione, trova spazio anche quella per cui potrebbe essere un modo per lasciare i finiani allo scoperto: Pdl e Lega garantiscono la maggioranza, Futuro e libertà contratta su un 5% del programma definito dal Cavaliere una settimana fa e, a rigor di logica, se i numeri venissero meno, sarebbe per colpa di quest’ultimi.

Intanto tra i “dissidenti” si fa strada un virus pericoloso, quello del pregiudizio. Le omelie di Filippo Rossi su Farefuturo e di Italo Bocchino su Generazioneitalia hanno ben poco di orgoglioso, quanto piuttosto il sapore di pregiudizio nei confronti della figura del Cavaliere, sintomo diffuso dalle parti di Repubblica, Unità e il Fatto e che non ha mai portato a nulla. Dato per spacciato un sacco di volte, Berlusconi è ancora in sella.

Ci si è messa d’impegno anche Flavia Perina, urlando al linciaggio nei confronti di Elisabetta Tulliani. Ha aggiunto la sua, come sempre, Farefuturo. Eppure non ci pare, a memoria, di aver letto certe cose quando – molte volte – sono state messe in circolo insinuazioni, comprese quelle spudoratamente sessuali, sul conto del ministro Mara Carfagna. E pensare che arriva dalla scuderia campana di Bocchino.

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Ma il Nord è già perso

Fortuna che si chiude questa settimana di burrasca per il Pdl. Dopo aver saputo che un ipotetico partito di Fini arriverebbe al 12%, ci siamo chiesti perché il presidente della Camera esiti così tanto a investire in una villetta con giardino, traslocando definitivamente dal palazzo di Arcore.

Le percentuali d’altra parte sono effimere quando si è lontani dalle elezioni, sarà per questo che non accenna a compiere il grande passo. Oppure si è reso conto di essersi trovato solo: alzando il dito davanti a tutti contro Berlusconi, in cuor suo sperava di contare su un muro di pretoriani pronto a difenderlo. Le guardie a proteggerlo si sono dimostrate esigue e a questo punto non gli rimane che interpretare la parte del rompiscatole per non peggiorare la figuraccia e mascherare la ritirata strategica.

Misteri. Ma non è un mistero, al contrario, quanto ha scritto Simone nel suo blog. Si tratta di un’analisi giusta, semplice. Con un particolare da aggiungere: che il Nord è già perso, anche se il solito Gianfranco è convinto che la Padania non esista – noi intanto rimaniamo in attesa del suo famoso viaggio sopra il Po, messo in agenda “il più presto possibile” e poi, chissà?, naufragato per una gitarella al mare con tanto di immersione.

C’è stato un tempo in cui Alleanza nazionale raccoglieva voti al Nord, prima che il suo leader si trasformasse nell’opaca riproduzione di qualche saccente europeo. Il caos liste all’interno del Pdl in Lombardia rappresenta una figuraccia, nonostante la riconferma di Formigoni. Il risultato dell’Emilia Romagna è passato sotto silenzio, ma va segnalato come il democratico Vasco Errani abbia perso voti e come la Lega abbia davvero sconfinato lungo la via Emilia. Di Veneto e Piemonte (al di là dei ricorsi al Tar), sappiamo già.

Ora basta, però: non roviniamo la meritata vacanza del sub-comandante.

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Addio, Cavaliere

Non è facile pensare all’Italia senza Silvio Berlusconi. Non lo è sia per chi lo vota sia per chi lo detesta. Forse non è nemmeno giunto il momento di mettersi in testa una roba del genere, però qualcosa nell’ultimo anno è inevitabilmente cambiato. Questa sera, ad esempio, i finiani – che sono come quei “bamboccioni” che si nutrono del latte della madre e poi dicono che non è abbastanza scremato – sono in festa per le modifiche al disegno di legge sulle intercettazioni, sul quale il Cavaliere si è battuto a lungo scatenando l’indignazione della cosiddetta società civile.

Il presidente della Camera si muove da leader di non si sa cosa bene, ma certamente non da successore di Berlusconi. Una volta tramontata l’epoca di Silvio da Arcore, avremo modo di valutare quello che ha in testa l’ex capo di Alleanza nazionale, di giudicare la strategia elaborata dai suoi fidi, di capire il reale peso di tutte queste fondazioni che vengono spacciate per serbatoi di idee nuove, moderne, all’avanguardia, contemporanee e chi più ne ha, più ne metta.

Nel frattempo il legame con la Lega Nord si sarà rotto, i discepoli di Berlusconi si saranno riciclati, il panorama parlamentare tornerà ad essere frammentato, gente come Pierferdinando Casini tornerà a dettare l’agenda della contrattazioni partitiche, forse il Partito democratico comincerà a proporsi come alternativa per il semplice fatto che senza il Cavaliere, nonostante lo scontro personale che solleva, il gioco è troppo facile. Non c’è nemmeno il gusto dell’agone politico. Anche se infarineranno gli editoriali e i salotti televisivi di mantra che suonano così: è tornata la politica, è finito l’interesse privato innalzato a programma di governo, le parti sono tornate a confrontarsi, la dialettica si è ingentilita, l’aria è più fresca e il global warming era solo una sensazione, l’Italia non è mai stata così sana. I leader parleranno dai palchi e non si metteranno a fare le foto con i sostenitori e a fare i complimenti alle belle ragazze.

Magicamente scompariranno le gaffe, le bordate fuori traiettoria, accorreranno tutti con il fazzoletto per pulire il naso dell’avversario politico, avversario in senso nobile si capisce. Si vorranno tutti un gran bene.

Vero, il morto non c’è ancora: ma se davvero anche questa volta il Cavaliere riuscisse nell’impresa di fregare tutti, sarebbe un evento da riportare nei libri di politologia e strategia politica, anche militare se volete. La vediamo dura.

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Il peggio è arrivato, assieme ai Casini

Non pensavamo di essere degli indovini quando abbiamo scritto che il peggio per il Pdl non era ancora arrivato. Ma evidentemente non occorrono fonti autorevoli o retroscena da millantare per giungere ad una semplice conclusione: che la maggioranza di governo è conciata male. Alle ripicche tra il Cavaliere e Fini, si sono aggiunti i ricatti alla Italo Bocchino, deputato eletto nelle file del Popolo della libertà e però ora impegnato a dire che i finiani avrebbero i numeri per far cadere il governo.

Poi spuntano i dossier: non sapevamo che il centrodestra avesse una polizia segreta al suo interno, ma a questo punto non ci meravigliamo più di nulla. Anche la Lega non è messa bene: il ministro dell’Agricoltura Galan la sta mettendo in crisi sulla questione quote latte, mostrando il pungo duro contro quegli allevatori che hanno prodotto latte in nero e che si rifiutano di pagare le multe, mentre il resto della categoria ha rispettato le normative europee. Solo quale giorno fa, invece, si erano scritte le ultime deludenti righe del capitolo Brancher.

A peggiore tutto ci ha infine pensato una cena romana che rischia di partorire solo Casini.

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Se la Lega difende il latte illegale

In Italia come nel resto d’Europa, la produzione del latte è sottoposta ad un regime di quote. Un controsenso per un’area economica dove dovrebbe vigere la concorrenza, ma questa è la legge. Sbagliata, ma è pur sempre una norma, adottata per fare un piacere a francesi e tedeschi. Se in Italia un allevatore vuole produrre più latte di quanto prestabilito, deve seguire le regole europee o finisce con il produrre latte in nero. E se produce latte in nero, deve pagare una multa.

Così, nel nostro Paese, ci sono due “fazioni”: quelli che hanno fatto di tutto per rispettare una legge, che per quanto sia sbagliata è una legge; e quelli che se ne sono infischiati e si sono attirati i malumori dei primi, che hanno fatto i salti mortali per stare in regola, ma che possono contare sul sostengo, della Lega Nord, come si può leggere anche sulla prima pagina della Padania di oggi.

E dove sarebbe allora la tutela degli imprenditori?

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E Fini creò la Padania

Toh, che fregatura: uno sta qui a pensare e far girare le meningi e poi viene a sapere che la Padania non esiste. Glielo avevano confermato le mappe prima che le parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Però, vuoi mettere con le dichiarazioni di una importante carica dello Stato? Bene, non esiste la Padania. Esistono i problemi del Sud, di Roma, della Salerno – Reggio Calabria, mentre al Nord – che non è la Padania – esistono quelli della macchina economica del Paese, con un motore ingolfato. Da cosa? Mah, si dice in giro dalla burocrazia, dalle tasse, dal peso dello Stato. Quale Stato? Quello che legifera. Quindi quello che si dà appuntamento a Roma? Beh, sì, in un certo senso. Senti, ma oggi Fini ha detto che il Nord non lo si rende competitivo sventolando un drappello color verde, ma combattendo la burocrazia e sciogliendo i lacci. Ha ragione da vendere, ma una settimana fa diceva che l’intervento pubblico è uno strumento utile per controllare alcune dinamiche spontanee del mercato. Ma se sono spontanee, perché allora controllarle? Beh, lui ripete ormai che occorre un’economia sociale di mercato? Un’economia sociale di mercato? E che roba è? Siamo sicuri che esiste? Esiste, esiste: è quella roba per cui poi al Nord si incazzano e dicono di volere la Padania. Ah, ecco.

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La Lega spacca

Lo scontro verbale tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ha monopolizzato l’attenzione di tutti: d’altronde non capita tutti i giorni di vedere due leader che se la suonano di santa ragione davanti alle telecamere. Per alcuni è il segnale che la politica è ancora viva; per altri rappresenta il testamento del presidente della Camera; per altri ancora è invece il suo sussulto di orgoglio. E per i restanti è una cosa un po’ così, preoccupante. Ma alla base del battibecco c’è la Lega.

La Lega Nord con il suo nuovo peso spacca: nel senso che, evidentemente, nel centrodestra non avevano messo bene in conto l’ipotesi non così improbabile che il movimento di Umberto Bossi raggiungesse proporzioni inaspettate e che il suo atteggiamento risultasse, nella maggioranza di oggi, il più governativo fra tutti. Per un semplice motivo, ovviamente, vale a dire la volontà di portare a casa le riforme che interessano a quelli del Carroccio che in cuor loro si augurano che l’emergenza pidiellina rientri per proseguire la marcia verso il federalismo.

Ma nel momento stesso in cui il Nord è piombato a capofitto nell’agenda parlamentare, gli equilibri si sono rotti. Non è un caso – non lo è, davvero – che le prime avvisaglie del duro faccia a faccia di oggi siano arrivati da uomini legati a Fini di origine meridionale: Bocchino, Granata e Urso. Non è una faccenda localistica, si badi bene. Non è la guerra tra polentoni e terroni: no, è soltanto che gli interessi in gioco sono troppo alti e la classe dirigenziale del Pdl che presumeva di detenerli ora si ritrova scoperta.

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Scopri l’errore

Sono passati solo due giorni dalla vittoria di Cota in Piemonte che i mass media già lanciano l’allarme: il neo governatore leghista vuole tenere nei magazzini la pillola Ru486, quella che Mercedes Bresso aveva fatto arrivare già in regione. Ma attenzione, ecco quello che è stato detto da Cota, secondo quanto riporta Repubblica.it:

“Sono per la difesa della vita – ha detto Cota – e penso che la pillola abortiva debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero”. Alla domanda “Ma quindi quelle pillole che la Bresso aveva ordinato e che sono già arrivate in Piemonte, rimarranno nei magazzini?”, la risposta è stata: “Eh sì, per quanto potrò fare io sì”.

Dunque: “penso che la pillola abortiva debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero” e “per quanto potrò fare io sì”. Due affermazioni che smontano il caso sin dall’inizio. Che poi, a noi mica dà fastidio che si insinui che Cota sia un carnivoro nei riguardi dei cosiddetti “diritti sociali”: no, è che semplicemente mettiamo in guardia sulla prossima campagna con l’imprimatur delle redazioni benpensanti.

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