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David Cameron, Primo ministro

Il leader dei conservatori David Cameron ha ricevuto dalla regina Elisabetta II l’incarico di formare il nuovo governo del Regno Unito. Lo farà con una coalizione alla quale parteciperanno i liberaldemocratici di Nick Clegg per il quale già si parla di un ruolo da vice di Cameron, mentre George Osborne avrà le chiavi dell’economia in qualità di Chancellor of the Exchequer. La sfida del nuovo esecutivo, secondo le intenzione di Cameron, è di assicurare una “piena coalizione” per affrontare i problemi della Gran Bretagna e ridare responsabilità alla politica e alla società.

L’addio di Gordon Brown

Il laburista Gordon Brown si è dimesso dalla carica di Primo ministro una volta apparsa chiara che l’ipotesi di un patto con i lib dem era divenuto impossibile. Brown si è detto “privilegiato” per aver potuto servire il Paese sia come segretario che come capo del governo. Una volta raggiunto il quartiere generale del partito laburista in Victoria Street, ha nuovamente ringraziato tutti coloro che lo hanno affiancato, tra cui Tony Blair. Poi, commosso, ha ringraziato anche la moglie Sarah.

Tredici anni dopo la rivoluzione del New Labour, i Tories sono tornati a Downing Street.

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Lasciatelo dov’è

C’è un sicuro sconfitto dalle elezioni britanniche che hanno determinato l’hung Parliament: non è né il sistema elettorale, né il bipolarismo, ma soltanto Nick Clegg con il suo partito dei liberaldemocratici. Ha toppato alla grande, mentre i media lo incensavano e conquistava cuori anche in Italia. Lui stesso ha ammesso che quella delle elezioni è stata una “disappointing night”: i lib dem si sono fermati a 57 seggi, lasciandone cinque sul campo rispetto al 2005.

Poi va a finire che viene investito del ruolo di kingmaker perché il suo magro bottino diventa fondamentale per ottenere una maggioranza abbastanza consolidata nella House of Commons. Il primo a lanciargli segnali è stato il Primo ministro Gordon Brown, poi ci ha pensato il leader dei Tories, David Cameron, con il quale sono già state avviate le trattative. Salvo accorgersi che l’87% dell’elettorato conservatore preferirebbe un minority Government piuttosto che una coalizione gialloblu.

Non a caso, Clegg ha perso. Quindi lasciatelo dov’è oppure sarebbe come se da noi Berlusconi tirasse a bordo Rutelli e Tabacci. Non ne vale la pena.

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General Election 2010 liveblogging

E venne il giorno. Dopo tredici anni i conservatori guidati da David Cameron sono in corsa per tornare al numero 10 di Downing Street in una delle competizione elettorali più serrate degli ultimi anni. Preparate tazze di tea&coffee, perché saranno ore lunghissime. Qui sotto il nostro liveblogging assieme ai colleghi a.man e Simone.

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Qui invece lo spazio per i vostri commenti.

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Sereno (quasi) stabile

Tra quarantottore ore gli inglesi saranno alle prese con le elezioni per il rinnovo del Parlamento. Per molti osservatori – e come abbiamo avuto modo di constatare anche da queste parti – sono tra le più difficile da prevedere, anche se gli ultimi giorni hanno riportato le lancette indietro di qualche settimana, se non mese, con i Tories che sembrerebbero lanciati verso una maggioranza assoluta. Il condizionale è però d’obbligo.

Il Daily Telegraph intanto ha sfornato l’ennesimo sondaggio tra gli elettori di 140 seggi marginali dove si gioca la partita più importante. Il partito conservatore ha raccolto il consenso del 40% degli elettori, i laburisti il 32, i liberaldemocratici il 22.

A proposito di lib dem e della Cleggmania che ha colpito anche certi esponenti politici italiani, vi consigliamo di dare una lettura a questo articolo pubblicato dal gallese Western Mail che intervista la 29enne spalla destra di Clegg.

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Un’effimera cotta per Clegg

Per Flavia Perina è “uno sveglio”. Per Farefuturo “altri paese mettono in campo i Blair, gli Aznar, gli Obama, o Clegg: solo l’Italia è ferma alla guerra civile simulata tra due fazioni che invecchiano”. Sempre per Farefuturo, Gianfranco Fini o Francesco Rutelli potrebbero essere come lui.

Lui chi? Nick Clegg. D’altra parte, in Italia non verranno schierati i Blair, gli Obama e soci: ma basta che un tipo prenda un po’ di voti nei sondaggi all’estero perché diventi paladino del nuovo che avanza. Nel frattempo David Cameron e i conservatori allungano (vengono dati attorno al 38%), mentre i laburisti di Gordon Brown sono staccati di dieci punti e i lib dem di Clegg si attesterebbero attorno al 25%. Dopo il terzo ed ultimo dibattito sull’economia, i liberaldemocratici hanno accentuato la fase calante.

A parte la guerra di percentuali, ai Tories mancherebbero all’incirca sei seggi per poter essere maggioranza assoluta in Parlamento. Nel corso dell’ultimo mese per l’agenzia di scommesse Betfair, la distanza tra le due ipotesi di un “hung Parlaiment” e di una vittoria conservatrice si è sottilizzata e le quotazioni di Cameron al numero 10 di Downing Street sono salite.

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Qualcosa si muove

L’orizzonte si fa più chiaro per David Cameron e i Tories a meno di una settimana dalle elezioni. Dopo il dibattito di ieri sera sulle frequenze dalla BBC dove il tema centrale era l’economia, i conservatori sembrano finalmente aver trovato lo sprint per l’allungo finale, complice anche la buona impressione del loro leader agli occhi dei telespettatori che lo hanno gradito ben più di Clegg e Brown.

D’altra parte, alla luce del trambusto finanziario attraverso il quale è passato il Regno Unito negli ultimi tre anni, era inevitabile che sul campo dell’economia si combattesse la battaglia più importante di questa campagna elettorale. Se l’agenzia di scommesse Betfair ha rifatto i conti (l’ipotesi di un “hung Parliament” è quotata ora a 1.84, mentre i Tories a 2.28), le proiezioni dei seggi dicono che – a sondaggi non del tutto freschi – Cameron ne otterrebbe 316: un balzo in avanti rispetto alle ultime due settimane.

I laburisti ristagnano, i liberaldemocratici pare abbiano smarrito la lucidità e il fattore novità, i conservatori hanno tenuto botta. Circola addirittura un grafico che dà quest’ultimi al 42%,  i Lid Dem al 32 e il Labour Party al terzo posto (25). Forse anche per questo oggi ha parlato Blair, per il quale “Brown non ha fallito”. Sarà…

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Il fuori onda del Primo ministro

Gordon Brown ha definito “bigoted woman” una sostenitrice dopo un incontro pubblico. Tornando in macchina, si è sfogato con un assistente senza accorgersi che il microfono era ancora aperto.

Quota scommesse

Il 6 maggio è alle porte ed è di nuovo tempo di dare un’occhiata alle previsioni elettorali di Betfair. Dunque: i numeri non sono propriamente dalla parte dei Tories di David Cameron perché secondo l’agenzia di scommesse, le probabilità di un hung parliament sono pari al 63%, mentre la vittoria dei conservatori è calcolata al 33%.

Le quote: i conservatori sono dati a 3, il parlamento bloccato a 1.58, i laburisti addirittura a 32. Non compaiono i liberaldemocratici di Nick Clegg solo perché hanno la maggioranza di quel 63% che mette i brividi a David Cameron.

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Perché David

A poco più di una settimana dal fatidico 6 maggio, l’esito delle elezioni britanniche è quanto mai complesso e imprevedibile. L’ipotesi che si vada verso un parlamento bloccato, senza una maggioranza assoluta, ha preso corpo in termini di numeri reali pochi giorni dopo il via ufficiale della campagna elettorale: i liberaldemocratici di Nick Clegg, con il suo exploit televisivo, hanno confermato la tendenza. Clegg avrà dei meriti, come David Cameron,  leader dei conservatori, ha dei demeriti. Non ha saputo amministrare il largo vantaggio che lo aveva ormai portato al numero 10 di Downing Street. Ma erano conti fatti senza l’oste.

Cameron non è il prototipo del conservatore che ci piace. Non è nemmeno il prototipo del politico che apprezziamo: ha un’aria snob che si porta appresso e che tenta di mascherare goffamente in ogni occasione. Ha però fino ad ora svolto il compito di riportare i Tories ad un passo dalla vittoria – per quanto anche in questo caso pesino tredici anni di governo che hanno logorato i laburisti. Cameron non sopporta il patrimonio della Thatcher e si sforza per mettere in luce le modernità del partito, come se la lezione della Lady di Ferro non fosse attuale. A volte è più preoccupato di far notare a tutti che il pollice verde piuttosto che gli attributi per dire chiaro e tondo: taglio la spesa pubblica.

Ma Oltremanica si sta combattendo una nuova battaglia per l’Inghilterra. Il Paese di re e regine, di Shakespeare, del piede destro di David Beckham,  di Web Ellis, inventore del rugby, di Sir Winston Churchill, dei Beatles e del Brit pop ha deragliato in modo preoccupante: si è ritrovato con i terroristi islamici fatti in casa, ha fatto i conti con la legge del Londonistan, ha affrontato i costi della crisi finanziaria, ha dovuto difendere i pub dalla marmaglia salutista, ha visto diminuire il consumo di birra e salire i rimborsi spese per i suoi parlamentari.

Nick Clegg, come scrive giustamente lo Spectator, per l’opinione pubblica media simbolizza al momento il cosiddetto “blowing a rasperry”: una pernacchia di protesta. Non è la soluzione, inciucia con Brown per accaparrarsi il diritto di dire: io sono al governo, dettando i termini per una coalizione. Per quanto il suo conservatorismo sia smorto e a volte addirittura veltroniano, Cameron è pur sempre un Torie. E dunque diciamolo una volta per tutte: noi il 6 maggio tifiamo per lui.

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Cameron si sporca le mani, ma nemmeno troppo

Dopo due settimane di intensa campagna elettorale, David Cameron ha deciso di prendere in seria considerazione i liberaldemocratici di Nick Clegg e ha inaugurato una sette giorni intesa a recuperare più voti possibili tra i britannici che sono rimasti colpiti dal terzo incomodo di queste General Election. Per farlo, è tornato a calcare su alcuni temi che ha stressato dal 2005 a questa parte: ambiente e diritti civili.

Già durante il dibattito televisivo andato in onda giovedì su Sky News, il leader dei Tories aveva rimarcato come il colore del suo nuovo partito non fosse più soltanto il blu, ma anche il verde a testimoniare il green heart che Cameron si porta dietro anche quando si reca a Westminster in bicicletta. “Vote Blue, Go Green!” è uno degli slogan maggiormente ripetuti. Ed oggi se n’è aggiunto un secondo: “If you want a government with liberal values, vote Conservatives”.

I più duri e puri del partito conservatore probabilmente si stanno turando il naso, ma non si tratta di un’uscita a sorpresa per un leader che nel dicembre 2006 fece chiaramente intendere di preferire a Margareth Thathcer la very left columnist del Guardian Polly Toynbee.

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Tories alla guerra

Altro giro, altra corsa: sulle frequenze di Sky News va di scena stasera il secondo dibattito tra i tre leader inglesi alle prese con una delle campagne elettorali più emozionanti – perché meno scontate – degli ultimi anni. Il tema centrale del confronto sarà la politica estera, che scalda i cuori dell’opinione pubblica britannica alle prese soprattutto con i soldati sul fronte afgano. Per David Cameron è l’occasione di riprendere il controllo del timone in vista dell’ultimo faccia a faccia televisivo ospitato dalla BBC prima delle elezioni del 6 maggio, che tratterà di economia, big issue della tornata elettorale.

Il nemico dei Tories non è solo il Labour Party, ma anche Nick Clegg: il candidato dei liberaldemocratici che colpevolmente Cameron non ha voluto prendere in considerazione, ritrovandoselo poi alle spalle negli ultimi sondaggi. Clegg per molti commentatori senza fantasia è già diventato il nuovo Obama o, meglio, l’Obama d’Europa. Intanto deve fare i conti con un articolo del Daily Telegraph che gli fa le pulci su certi finanziamenti illeciti ricevuti nel 2006. Il Telegraph è lo stesso quotidiano che per primo fece traballare i corridoi del potere londinesi per lo scandalo sui rimborsi parlamentari.

La cannonata è stata sparata: ora tocca a Cameron dimostrare di avere il coraggio per guidare la fanteria sul campo di battaglia.

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