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La partita di Cameron

David Cameron è stato tra i primi leader europei a mettersi in mostra di fronte alla vicenda libica, peccato per lui che la scena gli sia stata rubata dal presidente francese Nicolas Sarkozy che, in pieno spirito da grandeur, ha trascorso un intero giorno ad annunciare che i suoi caccia avrebbero bombardato le forze di Gheddafi nel giro di poche ore, salvo aspettare la notte di sabato perché effettivamente entrassero in azione. Nel frattempo, venerdì scorso il Primo ministro britannico ha reso chiari i suoi pensieri prima in un’intervista concessa a Sky News. Le lancette dell’orologio che correvano, la necessità di fare qualcosa il più presto possibile, il dovere morale di non tirarsi indietro per dare una mano ai ribelli del regime: questi in sostanza i punti cardine del pensiero cameroniano.

(continua su RightNation.it)

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Contrapposizioni

Liberalismo e socialismo sono culture contrapposte e sono destinate ad esserlo qualsiasi cosa dicano gli apprendisti stregoni alle prese con nuove e incredibili alchimie politiche. Da una parte l’esaltazione dell’individuo e delle sue forme di aggregazione (dall’individualismo libertario fino alla Big Society cameroniana), dall’altra il ricorso allo stato, alla spesa pubblica, al prelievo fiscale come strumento per garantire equità sociale.

Simone Bressan.

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E’ primavera

Ilaria ha 29 anni e dice che avrebbe preferito “un socio alto, bello e capace” ed invece “mi hanno imposto lo Stato”; Michele ne ha 23 e vorrebbe poter scegliere “oltre lo Stato e i suoi tentacoli”; Gemma, 22, chiede che i servizi possano essere scelti e non imposti; Pietro, a 20, si augura di “mantenere 2 figli in più e un burocrate in meno” nel suo futuro. Gente giovane che in due righe dice tutto o quasi: sono alcuni dei ragazzi che gravitano attorno ai Tea Party sbarcati anche in Italia per pretendere “meno tasse, più libertà”.

Forse è la volta buona che senza pleonastici appelli, convegni e omelie politico-culturali qualcosa si sia mosso. Domani attaccano a Prato, poi si parla di Roma e Milano. Qualche tempo fa scrivevamo che c’è una destra in Italia che “ha coltivato il mito di Reagan piuttosto che della Thatcher“, senza perdersi nei meandri dell’eterno dibattito sul “chi siamo e da dove veniamo”. Qualcuno se l’era anche presa, forse perché non pensava che c’è chi formula pensieri pur non posando le chiappe nei salotti o davanti alle telecamere.

Si tengano pure la loro destra camaleontica. Qui prepariamo le bustine di tè.

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Obama non fa più ridere i giornalisti

Alla Casa Bianca la festa è finita e i musi si fanno lunghi. Soprattutto nelle sala stampa, dove il clima gioviale che si respirava all’inizio del mandato di Barack Obama è un lontano ricordo e a testimoniarlo sono i numeri che indicano le interruzioni per qualche risata e battuta durante i briefing con i reporter accreditati: nel primo semestre dell’amministrazione la media era di 179 risate nel corso della conferenze, oggi è scesa a 89. La conferma arriva anche dal volto del portavoce del presidente, Robert Gibbs, immortalato dai flash: con il passare del tempo il suo sguardo si è fatto assente e perplesso.

Le cifre apparentemente potrebbero dire poco, ma come ha ricordato Politico.com, quotidiano on-line che segue la vita politica di Washington, un anno fa gli Stati Uniti erano nel pieno della grave crisi finanziaria, la Corea del Nord faceva test nucleari e il fronte di guerra in Afghanistan stava diventando sempre più caldo: eppure nella James. S. Brady Press Briefing Room, intitolata al portavoce di Reagan rimasto paralizzato nell’attentato del 1981, era tutto un ridere, grazie anche all’accondiscendenza dai mass media al nuovo inquilino Obama, che non si è mai risparmiato una comparsata davanti alle telecamere, sia che fossero di un notiziario televisivo che del “David Letterman Show” o  del “Tonight Show” di Jay Leno.

Nei precedenti otto anni l’aria che si respirava era decisamente diversa: Scott McClellan, che è stato portavoce di George W. Bush dal 2003 al 2006, nei suoi primi quattro mesi di lavoro aveva strappato solo 66 risate, mentre Dana Perino, che lo ha sostituito dal settembre 2007, si era fermata a 57. Forse erano meno simpatici alla platea, ma secondo Tim Graham, che si occupa di monitorare i pregiudizi e le preferenze della stampa liberal per il Media Research Center, si tratta di «un altro segno subliminale del fatto che i reporter stanno bene con un portavoce che rappresenta la speranza e il cambiamento per i quali hanno votato». Così almeno fino alla scorsa estate. Julie Mason, cronista del Washington Examiner, è dell’idea che le battute di Gibbs non divertano più e che «i reporter sanno quanto l’addetto stampa sia vicino al presidente, eppure la qualità delle informazioni che riceviamo non è pari».

Il picco di sorrisi e battute è stato registrato lo scorso primo maggio, quando il presidente si è presentato a sorpresa nella sala stampa per affrontare un tema delicato: la nomina di un nuovo giudice della Corte suprema che andasse a sostituire David Souter, giudice conservatore che aveva deciso di ritirarsi dall’incarico. Le trascrizioni di quel giorno indicano 30 interruzioni per “laughter”, risata.

Poi qualcosa si è rotto, a partire da luglio quando la popolarità di Obama è cominciata a scendere con l’avvio della battaglia per la riforma sanitaria. A febbraio solo il 48% degli americani approva il suo operato, mentre i democratici hanno dovuto mettere in conto tre sconfitte elettorali tra il 2009 e il 2010: nella corsa per i governatori di Virginia e New Jersey e nel seggio al Senato per il Massachusetts vacante dopo la scomparsa di Ted Kennedy, un feudo finito nella mani repubblicane. Nel mezzo lo scontro con Fox News, emittente conservatrice di proprietà di Murdoch, che a ottobre venne definita «un avversario politico, non un mezzo di informazione». Pareva un dispetto nei confronti di feroci oppositori ed invece, scrutando le espressioni sui volti, pare proprio che l’amore tra Obama e i media sia meno dolce che all’inizio.

Dario Mazzocchi, Libero, 12 febbraio 2010

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La destra che non si vede ma esiste

Quelli del Corriere, tronfi delle firme che vergano le loro pagine della cultura, ogni tanto si rendono conto di essere noiosi e così provano a scuotere le coscienze con articoli come quella “Eclissi della destra che vince ma non ha più identità”. Sempre ammesso che la destra italiana abbia mai avuto un’identità precisa, verrebbe da rispondere. Altrimenti, il successo di Berlusconi di riunire missini, liberali, socialisti, democristiani, conservatori, riformisti e altre compagnie varie da dove arriverebbe?

Tant’è che già riecheggiano termini come “pantheon”, “autori di riferimento”, “libri da leggere”, “massime che è obbligatorio sapere”. E mentre da via Solferino ci fanno intuire che a Berlusconi di tutto questo poco importa (come se mai, a destra, si fossero posti il problema che gliene fregasse o meno qualcosa al Cavaliere), ci teniamo a fare presente che la nuova destra italiana forse è più avanti dei suoi intellettuali o affini.

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Conservatorismo eccitante

È nato a Parma, ha vissuto a Vicenza, Verona, Caserta, Viterbo, Pisa, Bologna, Reggio Emilia, Trani e, dopo aver girato mezza Italia maturando un’ossessione geografica, da qualche anno è tornato nella città natale. Basterebbe per descrivere Camillo Langone, uno che dalle pagine del Foglio si è inventato la guida alle celebrazioni eucaristiche, poi diventata un libro (“Guida alle messe”, Mondadori). Sempre sul quotidiano di Ferrara tiene la rubrica “Preghiera” e anche questo basterebbe per descriverlo. Ma da qualche mese fa parlare di sé per il “Manifesto della destra divina” (Vallecchi, 168 pp., 12 euro), il cui motto è: difendi, conserva, prega! Celebra Pasolini e prende a pallinate il “laicismo consumistico” che minaccia il tabarro ed esalta Zara o che al culto preferisce la cultura o che, ancora peggio, sostituisce le messe con le mostre.

- Difendi, conserva, prega. D’accordo Langone, ma quanto rimane da conservare in Italia?

La lingua italiana e la religione cattolica ti sembran poco?

- Se qualcuno la prendesse in considerazione come un nuovo Prezzolini, che fa? Si arrabbia o risponde “grazie, ma meglio non esagerare nei paragoni”?

Non lo trovo esagerato, lo trovo sbagliato. Prezzolini non era divino, era uno scettico, e per questo il suo conservatorismo era ben poco entusiasmante. Invece urge un conservatorismo eccitante.

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FareFuturo si è smarrita nelle nebbie galliche

Dalle parti di FareFuturo hanno preso una brutta piega, quella di mettersi a giocare a cosa sia di destra e cosa no. Un meccanismo malefico che finisce per diventare perverso: se sei dei nostri, bene; altrimenti finisci per essere il solito reazionario che non sta al passo con i tempi. E così se questa estate erano stati sdoganati gli emo, passando per il successo cinematografico di “Twilight”, oggi è il turno di Cesare, inteso come il protagonista del fumetto “Asterix ed Obelix”: oggi, 29 ottobre, ricade il cinquantenario dalla prima pubblicazione dell’opera di Goscinny e Uderzo.

“Nella perenne sfida tra le legioni romane e i forsennati abitanti del villaggio, noi stiamo con Cesare, con la Roma simbolo di modernità e multiculturalità”, scrive Domenico Naso sul numero on line in queste ore. Perché da quella Roma è nato “il primo modello multiculturale degno di nota della storia, ben prima dell’epopea americana”. E britannica, aggiungiamo noi che crediamo che la democrazia statunitense sia figlia del parlamentarismo di Londra. Al contrario, i Galli sono l’”esempio di una cultura identitaria stantìa, il simbolo di una difesa della tradizione a oltranza e fine a se stessa”. “Oltranzisti localisti, nemici a prescindere dello ‘straniero’ e di ogni forma di melange culturale. Diciamolo pure senza problemi: sono leghisti”, rincara la dose l’autore.

Molto più che contadini scesi a valle – Il che è tutto molto bello e molto interessante, se non fosse che – magari – si tralasciano alcuni fattori. Certo, l’Impero romano è stato un modello straordinario di civiltà, finché non è finito vittima del suo steso multiculturalismo, smarrendo la propria identità – anche autoritaria – di imperium e finendo per l’essere travolto da se stesso, prima che dalle invasioni barbariche, capaci poi di ricostruire nuove tradizioni come quella dei Longobardi, per anni considerati semplici contadini scesi  valle e invece rivalutati negli ultimi anni.

E poi siamo sicuri che i galli Asterix ed Obelix siano rappresentanti di “un’enclave tradizionalista” che odia il progresso e la contaminazione con ciò che sta fuori dal villaggio, per partito preso. Domenica Naso gioca addirittura la carta Tav: “Asterix vede un acquedotto romano, oggi come allora esempio magnifico di architettura e ingegneria, ed esclama: ‘Sono pazzi questi romani. Stanno rovinando le nostre valli’. È la versione fumettistica del No Tav, del not in my back yard”. Strano, perché i leghisti vorrebbero tanto che certe faraoniche opere in programma lungo la penisola, vengano sacrificati al momento per costruire la Bre-Be-Mi, la Pedemontana, oltre che per sistemare tangenziali ormai sopraffatte dal traffico. E in un passaggio finisce addirittura per paragonarli ai nazisti che non sopportavano il jazz perché suonato dai neri.

La nuova Europa – Eppure questi Galli, la cui vita è “intrisa di tradizionalismo e di totale chiusura nei confronti dell’innovazione”, non erano una popolazione monoculturale, ma vissuta in diverse regioni dell’Europa. Certo sulla base di una tradizione culturale comune (altrimenti che tradizione culturale sarebbe?), ma che si è contaminata oltre che con quella romana, anche con quella celtica, sassone, ligure, veneta ed etrusca: guarda caso, gente che pare abbia a che fare con la storia d’Italia. E prima che Cesare arrivasse dalle loro parti esportando il latino, utilizzavano l’alfabeto greco nelle sfere di comando. Dalla Gallia Aquitania è nato il regno dei Franchi, origine di un nuovo corso della storia politica e cristiana dell’Europa.

Insomma, non è forse troppo per una popolazione che magari avrebbe visto di cattivo occhio la destra “di Marinetti, dello slancio impavido e quasi un po’ sconsiderato verso il futuro”? Sì, ma a FareFuturo ormai sono troppo abituati a dire “questo sì e questo no” che forse non ci hanno fatto caso.

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Ma sono davvero più bravi?

Simone è un bravo ragazzo che segue la politica e finisce per dannarsi l’anima. Ma qualche volta si lascia prendere la mano dagli eventi e, forse, va troppo lontano. Commentando le primarie del Partito democratico, azzarda:

Chi scrive non riesce a nascondere un pizzico di invidia per quanto succede sulla riva sinistra del fiume e proprio non riesce a non dispiacersi del fatto che il centrodestra non sappia importare un modello, quello americano delle primarie, che dovrebbe essere nel dna di una forza autenticamente conservatrice.

Da queste parti, l’invidia è l’ultimo dei sentimenti provati nei riguardi della riva sinistra del fiume. Perché se quelle del Pd sono state primarie improntate su un “modello americano”, allora i conti non tornano. Basta riepilogare il regolamento di voto per capirsi: votano gli iscritti, votano tutti, vota l’assemblea dei delegati. Se Bersani non avesse ottenuto il 50%+1 dei consensi, la sua nomina a neo segretario sarebbe stata decisa da un congresso dove anche l’ultimo arrivato, Marino, avrebbe avuto un peso maggiore di quello attribuitogli dalle urne. E avrebbe dato inizio al gioco del compromesso, che al contrario non dovrebbe influenzare la partecipazione popolare.

Ovviamente, anche da queste parti farebbe piacere vedere applicati “merito, competizione, opportunità” per nominare i gradi più alti del Popolo della libertà, nel disperato tentativo di importare in Italia un concetto americano ben più importante: che un partito riguarda tutti, non solo chi va in giro vantandone una tessera. Ma arrivare a dire che sulla riva sinistra sono stati più bravi di quelli che stanno sulla riva destra, tornando a sventolare la triste esperienza dell’Unione, ne scorre di acqua sotto i ponti.

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I complessati

C’è qualcosa di preoccupante in certe uscite che arrivano dal centrodestra. Prima un Gianfranco Fini secondo il quale l’integrazione passerebbe per un’ora di religione islamica nelle scuole. Poi un Giulio Tremonti secondo il quale la mobilità del posto di lavoro non è un valore di per sé. Prese di posizioni rispettabili, non c’è dubbio, stando al sano principio della democrazia, ma che paiono nascondere un brutto vizio all’interno del PdL: quello di soffrire di un complesso di inferiorità nei confronti di alcuni cavalli di battaglia della sinistra.

E’ ironico: perché proprio nel momento in cui la sinistra italiana deve fare i conti con l’assenza di un progetto, offuscata com’è dall’odio personale nei confronti di Silvio Berlusconi, torna alla ribalta il buonismo sociale. Integrazione forzata da una parte, mettendo ulteriormente a repentaglio un’identità già scricchiolante della tradizione italiana, e messaggi che stridano con la situazione economico-lavorativa dei giorni nostri.

Ovvio che il posto fisso sarebbe la base più comoda sulla quale coltivare il progetto di una famiglia. Il problema è che, in periodi come questi, anzitutto andrebbero creati dei posti di lavoro attraverso una radicale riforma del mercato del lavoro che in Italia è ancorata ad un sistema corporativistico e imprigionato dalle maglie di sindacati più orientati a difendere i privilegi dei loro iscritti (nella maggior parte pensionati o pensionandi), piuttosto che quelli di chi bussa alla porta, ma trova sempre chiuso.

Lo scorso autunno questo governo si trovava di fronte alla sfida della scuola e della riforma Gelmini. Proprio il ministro dell’Istruzione dichiarava, il 16 novembre 2008, che  questo “per certi versi è un governo di sinistra”, dal momento che “noi mettiamo al centro non solo il ceto medio, ma anche quelle famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, quelle famiglie che fanno molti sacrifici per far studiare i propri figli”. Come se un esecutivo di centrodestra non avesse il dovere di preoccuparsi delle famiglie che arrivano a fine mese. Una uscita mal calcolata che seguiva di pochi giorni una delle tante in cui un altro ministro, Renato Brunetta, va ripetendo che il centrodestra berlusconiano è la vera sinistra in Italia.

Era il periodo dell’infatuazione anche nel PdL per Barack Obama, ma era altrettanto evidente che non si trattava di un semplice innamoramento. Il fatto è che in questa maggioranza troppo spesso si registrano sterzate non gradite al vero elettorato di una forza, almeno a parole – ma nemmeno troppo, a questo punto – liberale o quanto meno conservatrice. Sarebbe forse il caso che si abbandonassero le polemiche legate alle vicende private del premier e si tornasse, al prossimo Consiglio dei ministri, a parlare di argomentazioni serie. Un suggerimento: davvero Tremonti vuole garantire un posto fisso a tutti? Bene, allora cominci a cambiare il mondo del lavoro. Poi ne riparleremo.

Quanto a Fini, occorrerebbe una folgorazione stile san Paolo.

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Cavaliere, basta parole!

Dunque, secondo Dario Franceschini “la destra berlusconiana in questi anni ha rappresentato lo Stato come un nemico, come una entità ostile che ti complica la vita e ti deruba attraverso le tasse, che ti imprigiona nella burocrazia”. Concordiamo con il segretario del Pd per dire che concordiamo con quello che sarebbe un bel progetto: vedere davvero la destra berlusconiana fare tutto quello che ha paventato Franceschini.

E’ già nato pure un gruppo su Facebook al quale abbiamo aderito. Ora però dal Cavaliere attendiamo una mossa, magari che sparissero Irap e studi di settore. Magari, diciamo, perché non vorremmo mica provocare un terremoto di rivoluzione, vero?

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