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La solfa è durata fin troppo, forse è giunto il momento di darle un taglio per procedere oltre. Il voto anticipato parrebbe essere l’unica soluzione. Purtroppo, perché in un Paese normale non si dovrebbe ricorrere con tale facilità alle urne per risolvere dei problemi. Ma l’Italia è piena di soggetti strani, ultimo in ordine di tempo il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Uno che non si è mai capito da che parte volesse stare.
Il suo sogno di destra popolare, sarkoziana e chissà quante altre colorazioni, è in realtà un incubo. Non solo per il Cavaliere, ma per chi si è sempre ritrovato alla destra dello schieramento. Fini ha perso il bandolo della matassa dai tempi in cui ha coltivato ambizioni europee. Con l’unico effetto concreto di decretare la morte politica di Alleanza nazionale: un partito che avrebbe dovuto segnare una svolta e che invece ha preso un senso unico, verso la fine.
Non è nemmeno più simpatico, Gianfranco Fini: una volta almeno lo si vedeva sorridere, scherzare. Oggi ha sempre un muso lungo, quell’espressione di chi non è mai contento, ma sempre scontento. Di uno infastidito da tutto e da tutti. Insomma, ha proprio l’espressione di uno che solitamente frequenta gli ambienti del Partito democratico. Non è quindi un caso che sia il presidente della Camera a raccogliere, nel Pdl, i consensi di chi non sopporta Berlusconi. Finiamola qui, il più presto possibile.
UK, Brown vuole disfarsi di Miliband
Le beghe del partito laburista inglese stanno dettando l’agenda politica europea. È un dato di fatto, perché di mezzo c’è David Miliband, segretario per gli Affari esteri del governo di Gordon Brown, che lo stesso primo ministro scozzese vorrebbe come ministro degli Esteri per l’Unione europea. La stessa carica che l’Italia vorrebbe attribuita a Massimo D’Alema.
In entrambi i casi, dietro alle scelte ci sono interessi interni: se D’Alema diventasse “Mr. Pesc” con tanto di appoggio del PdL, allora maggioranza e opposizione potrebbero cominciare a stabilire rapporti per affrontare assieme alcune riforme come quella della giustizia o costituzionale. A Londra, allo stesso modo, Brown si liberebbe di Miliband, da tempo considerato il delfino di Tony Blair, il quale, guarda caso, è in corsa per la presidenza dell’Unione: due piccioni con una fava lontani dal suo governo.
L’ex segretario all’Ambiente, figlio di del teorico marxista Ralph Miliband, sembrava destinato a subentrare al leader del New Labour dopo le sue dimissioni da primo ministro. Cosciente del rischio al quale andava incontro, dichiarò che avrebbe sostenuto Brown, l’altro deus ex machina del risorgimento laburista. Lasciandogli strada libera con un partito ormai in crisi e senza più stimoli. Ora, David potrebbe ritrovarsi con il padrino Tony in Europa, ma quanto gli converrebbe?
Il mandato di Brown volge al termine, i conservatori di David Cameron sono dati per vincenti alle prossime elezioni. Se così dovessero andare davvero le cose, ai laburisti occorrerebbe una figura carismatica per uscire dal tunnel. Insomma, avrebbero bisogno di Miliband.
Ecco perché a Londra si fa un gran discutere sull’opportunità di candidarlo per la poltrona di ministro degli Esteri europeo: una carica prestigiosa, non c’è che dire. Ma il rampante 44enne David rischierebbe di rimanere tagliato fuori dalle vicende di Westminster, perdendo il tram per proseguire il percorso inaugurato da Blair.
E’ caduto il Muro, non chi l’ha costruito
Venti anni fa cadeva il Muro di Berlino, espediente sovietico fabbricato in una notte di agosto del 1961 per imprigionare i berlinesi finiti dalla parte sbagliata della città. Il mondo celebra quel 9 novembre 1989 e fa molto bene, perché con le crepe del muro vennero a galla tutte le crepe di un sistema fallimentare, il socialcomunismo che in Italia alcuni dipingevano come il paradiso in terra. Tutti si sono messi in fila per dire la loro su quella notte ed ovviamente c’è chi fa finta di niente.
Se per la Germania la fine del Muro rappresenta il ritorno ad un’unica patria, per il resto d’Europa e del pianeta terra dovrebbe rappresentare la sconfitta dell’Unione sovietica e di tutti i suoi amici sparsi per i quattro angoli del mondo. Intellettuali, scrittori, pensatori che per anni hanno preferito l’Est all’Ovest, ma rimanendo saldi con le loro case nell’Occidente. Oggi prendono parte alla cantilena sulla libertà e la democrazia. Prima del 9 novembre 1989, preferivano di gran lunga un sistema dove l’individuo era annullato e spiato. E murato vivo.
E’ bello festeggiare i vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino: perché alla festa possono presentarsi anche chi vedeva in un ammasso di mattoni e filo spinato i simboli della democrazia popolare. Se ci fosse stato ancora quel Muro, ciò non sarebbe mai potuto accadere.
La maggioranza arenata nello stagno
Nella maggioranza il dibattito non è cambiato: al centro c’è sempre l’operato del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e lo ha fatto intuire molto bene un collega di governo, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, riguardo ai fondi destinati alla polizia. Umberto Bossi lo ha stoppato, ma il sasso nello stagno era ormai già che lanciato. Poi c’è il premier che ha fatto intuire da una parte di essere stanco dei bastoni tra le ruote che arrivano dagli alleati, dall’altro di voler comunque procedere spedito sulla riforma della giustizia e sulla via del premierato forte.
Intanto è saltato il colloquio con Bossi e Gianfranco Fini per chiudere la partita sulle candidature regionali. Qualcosa però si muove nelle retrovie: un accordo con l’Udc di Pierferdinando Casini non è da escludere a priori. Peccato che non sia soltanto il Cavaliere a tessere i rapporti con i centristi, ma anche il presidente della Camera che in agenda ha un faccia a faccia con l’ex (?) amico Pierferdi.
Se le cose dovessero mettersi male, Berlusconi ha pronta la soluzione: urne anticipate per uscire ulteriormente rafforzato dal voto degli italiani, disposto a correre per conto proprio. La strategia è rischiosa: un successo così forte non è del tutto fondato, perché una maggioranza nuovamente divisa riporterebbe parte degli elettori a ricordare il clima degli anni passati. Un esempio su tutti: la scontro Silvio-Gianfranco sul contratto degli statali nello scorso governo di centrodestra, avvenuto quando ormai la legislatura era morta, arenata nello stagno. Lo stesso che pare di scorgere all’orizzonte in questi giorni.
Bersani, se non altro, ha del buonsenso
Penso che su questioni delicate come questa qualche volta il buonsenso finisce di essere vittima del diritto. Io penso che un’antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno.
Pierluigi Bersani sulla sentenza Corte europea dei diritti dell’uomo vs. crocifisso.
Quale fastidio?
«La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione». Tutto questo «potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei».
Così si è espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo, dando retta al ricorso ad un’italiana di origini finlandesi, Soile Lautsi Albertin, disturbata dal crocifisso che i suoi figli erano costretti a vedere ogni giorno nella scuola di Abano Terme, Padova.
Siamo sicuri che non sia la vendetta della renna affumicata?
FareFuturo si è smarrita nelle nebbie galliche
Dalle parti di FareFuturo hanno preso una brutta piega, quella di mettersi a giocare a cosa sia di destra e cosa no. Un meccanismo malefico che finisce per diventare perverso: se sei dei nostri, bene; altrimenti finisci per essere il solito reazionario che non sta al passo con i tempi. E così se questa estate erano stati sdoganati gli emo, passando per il successo cinematografico di “Twilight”, oggi è il turno di Cesare, inteso come il protagonista del fumetto “Asterix ed Obelix”: oggi, 29 ottobre, ricade il cinquantenario dalla prima pubblicazione dell’opera di Goscinny e Uderzo.
“Nella perenne sfida tra le legioni romane e i forsennati abitanti del villaggio, noi stiamo con Cesare, con la Roma simbolo di modernità e multiculturalità”, scrive Domenico Naso sul numero on line in queste ore. Perché da quella Roma è nato “il primo modello multiculturale degno di nota della storia, ben prima dell’epopea americana”. E britannica, aggiungiamo noi che crediamo che la democrazia statunitense sia figlia del parlamentarismo di Londra. Al contrario, i Galli sono l’”esempio di una cultura identitaria stantìa, il simbolo di una difesa della tradizione a oltranza e fine a se stessa”. “Oltranzisti localisti, nemici a prescindere dello ‘straniero’ e di ogni forma di melange culturale. Diciamolo pure senza problemi: sono leghisti”, rincara la dose l’autore.
Molto più che contadini scesi a valle – Il che è tutto molto bello e molto interessante, se non fosse che – magari – si tralasciano alcuni fattori. Certo, l’Impero romano è stato un modello straordinario di civiltà, finché non è finito vittima del suo steso multiculturalismo, smarrendo la propria identità – anche autoritaria – di imperium e finendo per l’essere travolto da se stesso, prima che dalle invasioni barbariche, capaci poi di ricostruire nuove tradizioni come quella dei Longobardi, per anni considerati semplici contadini scesi valle e invece rivalutati negli ultimi anni.
E poi siamo sicuri che i galli Asterix ed Obelix siano rappresentanti di “un’enclave tradizionalista” che odia il progresso e la contaminazione con ciò che sta fuori dal villaggio, per partito preso. Domenica Naso gioca addirittura la carta Tav: “Asterix vede un acquedotto romano, oggi come allora esempio magnifico di architettura e ingegneria, ed esclama: ‘Sono pazzi questi romani. Stanno rovinando le nostre valli’. È la versione fumettistica del No Tav, del not in my back yard”. Strano, perché i leghisti vorrebbero tanto che certe faraoniche opere in programma lungo la penisola, vengano sacrificati al momento per costruire la Bre-Be-Mi, la Pedemontana, oltre che per sistemare tangenziali ormai sopraffatte dal traffico. E in un passaggio finisce addirittura per paragonarli ai nazisti che non sopportavano il jazz perché suonato dai neri.
La nuova Europa – Eppure questi Galli, la cui vita è “intrisa di tradizionalismo e di totale chiusura nei confronti dell’innovazione”, non erano una popolazione monoculturale, ma vissuta in diverse regioni dell’Europa. Certo sulla base di una tradizione culturale comune (altrimenti che tradizione culturale sarebbe?), ma che si è contaminata oltre che con quella romana, anche con quella celtica, sassone, ligure, veneta ed etrusca: guarda caso, gente che pare abbia a che fare con la storia d’Italia. E prima che Cesare arrivasse dalle loro parti esportando il latino, utilizzavano l’alfabeto greco nelle sfere di comando. Dalla Gallia Aquitania è nato il regno dei Franchi, origine di un nuovo corso della storia politica e cristiana dell’Europa.
Insomma, non è forse troppo per una popolazione che magari avrebbe visto di cattivo occhio la destra “di Marinetti, dello slancio impavido e quasi un po’ sconsiderato verso il futuro”? Sì, ma a FareFuturo ormai sono troppo abituati a dire “questo sì e questo no” che forse non ci hanno fatto caso.
Bersani ha votato 25 volte
Camicia bianca, maglione grigio chiaro e una giacca blu sulle spalle. Niente cravatta. Pierluigi Bersani, nuovo segretario del Partito democratico, si è presentato così al seggio allestito in via XXIV Maggio, nella sua Piacenza, dove ha ottenuto all’incirca il 65% dei consensi.
«Una chiave che può farmi comprendere dagli italiani – ha detto ai giornalisti che lo seguivano – è anche il carattere piacentino, a noi piace essere normali». Ammesso che sia vero che ai piacentini piaccia essere normali, c’è qualcosa che stride nelle dichiarazioni di Bersani. Dopo aver votato, assieme alla moglie e alle due figlie, invece di lasciare i due euro previsti dall’organizzazione, ha regalato una banconota da 50. Per poi aggiungere alle parole precedenti che una delle priorità della sua Piacenza è «il lavoro».
La crisi economica si è fatta sentire anche nel capoluogo emiliano, dove sotto pressione sono le piccole-medie imprese che caratterizzano il territorio. Ma Bersani ha pensato bene di cavare di tasca comunque 50 euro, alla faccia della crisi. E di quella parte di elettori del Pd che faticano a tirare a fine mese. Se il motto di queste ore del neo segretario è, appunto, quello di essere “normali”, Bersani si è immediatamente tradito. Il suo voto non vale 2 euro come quello della gente normale, ma venticinque volte tanto.
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Nell’estate 2008, Barack Obama – allora candidato democratico alle Presidenziali che si sarebbero tenute nel novembre successivo – si recò a Berlino, sulle orme di John Fitzgerald Kennedy. Scoppiò l’Obamania pure nel vecchio continente, addirittura c’erano opinionisti convinti che Obama avrebbe sicuramente vinto per il semplice fatto che in Europa era amato e osannato. In migliaia si diedero appuntamento nella capitale tedesca per accoglierlo. Parlava come fosse già presidente degli Stati Uniti, ma era solo un candidato. Poi, effettivamente, ha vinto.