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La censura? Colpa dei giornalisti poco coraggiosi
De Bortoli contro Scalfari. Corsera contro Repubblica. Via Solferino contro largo Focchetti: i due maggiori quotidiani italiani affilano le lame nei giorni immediatamente successivi alla manifestazione per la libertà di stampa e alla bocciatura del lodo Alfano che finisce per tirare in ballo l’altro lodo, quello che scotta, quello Mondadori. Non è un caso, soprattutto quando di mezzo ci sono editori potenti (come le banche o gli ingegneri).
Al di là di quello che ha scritto f. d. be. sul fondatore di Rep., ecco la risposta dello stesso f. d. be alla domanda “a proposito di giornalismo libero, quanta libertà c’è oggi nei giornali?” di Stefano Natoli, pubblicata nel libro L’informazione che cambia (editrice La Scuola):
C’è la libertà che ogni giornalista sa conquistarsi. Se uno è autorevole e ha le notizie difficilmente viene bloccato. Se un giornalista va dal suo direttore con una buona storia, un buon direttore non può non pubblicarla. Diciamo che molta della libertà che non abbiamo è perché non la cerchiamo. E molta della censura che qualche volta subiamo è frutto delle nostre incertezze, delle nostre inaccuratezze e, forse, anche del nostro scarso coraggio.
Ps: ironia della sorte, il libro è stato regalato ad alcuni allievi di una scuola di giornalismo dall’ordine dei giornalisti lombardo. Si legge nelle dedica firmata Letizia Gonzales, presidente della sede milanese: “Una testimonianza da parte del consiglio dell’ordine. La Gonzales era in piazza a Roma.
Il ponte dei cretini
Hanno già trovato il colpevole per l’acqua scesa dal cielo.
Tutta colpa di Rep., lo dice Mauro
Abbiamo comprato Repubblica oggi perché non volevamo perderci il fondo di Ezio Mauro. Sabato 3 ottobre è ormai una data destinata a fare storia in Italia, in centinaia di migliaia si sono dati appuntamento a piazza del Popolo a Roma per manifestare e sostenere la libertà di stampa. Che già uno a questo punto dovrebbe porsi una domanda: si manifesta per la libertà di stampa quando c’è il rischio che questa sia minacciata, giusto? E allora com’è che un giornale che rientrerebbe nella categoria dei minacciati, Repubblica, riesce a mobilitare così tanta gente? E se è vero che esiste una minaccia, significa che si profila all’orizzonte un regime, giusto? E non sarebbe arguto, da parte di tale regime, impedire adunate oceaniche come quelle di oggi per liberare la strada da qualsiasi intoppo?
Ma torniamo all’editoriale di Ezio Mauro. Gran retorica, un pezzo ben vergato che ci spiega come in Europa i cittadini sappiano molto più di noi riguardo a Silvio Berlusconi. Si avrebbe quasi la tentazione di trasferirsi oltre confine, però inevitabilmente fa capolino un nuovo quesito: ma allora tutta questa storia che Repubblica e il gruppo Espresso ci hanno rifilato per un’estate intera? Sono tutte balle quelle che ci hanno raccontato D’Avanzo e soci? Perché se è vero che in Europa sono a conoscenza di molti più risvolti rispetto a noi che ci siamo abbeverati alla fonte di largo Focchetti, allora se manca libertà di informazione è proprio per colpa di Ezio Mauro.
Ecco quanto scrive il direttore di Rep.:
(Il cittadino, ndr) non sa nulla dello scandalo che da sei mesi circonda il Capo del governo, lo ossessiona portandolo ad insultare i giornali che ne parlano, e gli impedisce di far politica liberamente, ostaggio com’è delle sue contraddizioni e delle sue bugie. Qualunque medio lettore di qualsiasi giornale europeo ne sa molto di più.
Così scrisse Ezio Mauro e noi ci siamo rimasti molto male. Perché davvero pensavamo fosse tutta colpa di Berlusconi. E invece no, è tutta colpa sua, di Ezio, del suo giornale e pure dell’Espresso. E pensare che avevamo letto tutte le trascrizioni delle registrazioni di Patrizia D’Addario, addirittura le avevamo ascoltate sul sito del gruppo editoriale gestito da De Benedetti. Avevamo preso piena coscienza di quanto stesse accadendo nelle camere di Palazzo Grazioli e nelle orecchie abbiamo ancora le note della canzoncina che faceva da sottofondo agli incontri intimi. E che di fronte al calo delle vendite di Repubblica, avevamo attribuito la colpa sempre al Caimano, reo di tagliare la pubblicità alla stampa avversa alla sua opera peronista. Sei mesi dopo Noemi, Patrizia e Barbara, Mauro ci ha svelato che in realtà i cittadini italiani non sanno nulla, nonostante Repubblica abbia rischiato di romperci le scatole con queste vicende.
Ma che mattacchione che rimane comunque questo Mauro, perché pur di non farsi beccare con le dita nel vasetto di marmellata, ha mobilitato tutta la coscienza civica di questa nazione sotto il belo sole di ottobre, in piazza del Popolo. Ah, il popolo. Quello che stamattina evidentemente ha dimenticato di leggere l’editoriale del nuovo condottiero delle masse.
La contessina del Fatto
Nelle scorse settimane Renzo Bossi, il figlio del leader del Carroccio, è stato al centro di forti polemiche scatenate sul web perché correva voce che avesse un incarico da 12mila euro al mese al Parlamento europeo e che fosse membro del consiglio direttivo della società per l’Expo 2015 di Milano. Fu un tam-tam velocissimo via Facebook e blog per esprimere un disappunto generale. Oggi nelle edicole ha fatto la sua comparsa il Fatto, il quotidiano del triumvirato Padellaro – Colomdo – Travaglio, e nell’organico della redazione compare anche il nome di Beatrice Borromeo, l’ex Pasionaria di Santoro ad Annozero, assunta come giornalista praticante.

Beatrice Borromeo e il fidanzato Pierre Casiraghi
Nessuno fiata, eppure la notizia c’è e i motivi per esprimere dissenso pure. La categoria dei giornalisti da tempo non vive momenti di gloria, la qualità scema (ma ci si giustifica dietro alla scusa della libertà di espressione messa in pericolo da Silvio Berlusconi) e sono più i prepensionamenti che le assunzioni.
Figuriamoci per i praticanti o aspiranti tali: ormai passano tramite le scuole, o meglio i master, di giornalismo, le cui alte rette permettono all’Ordine di fare cassa e di sfornare quelli che sono stati definiti “ghiaccioli a gennaio” da Enrico Mentana, nel corso di un incontro con alcuni studenti del master dell’Università statale di Milano. La contessina Boromeo ha tutto il diritto di svolgere il suo praticantato, ma la sua assunzione è ridicola e una presa in giro per chi da anni combatte una guerra contro una burocrazia corporativistica che ha finito (come era nella logica dei Fatti) per peggiorare la situazione, tra abusivismo e faticacce mal retribuite.
Anche se oggi, gli stessi che si divertivano a dare della trota o del pirla a Renzo Bossi, rispondono: “Che ci vuoi fare, si sa che funziona così”. Ma la sensazione è che questa volta nemmeno i compagni di reparto radical-chic abbiano digerito il Fatto, ma tacciono e soffrono in silenzio. Tant’è che la contessina Borromeo è praticante e allora già ce la sogniamo la notte che esce di redazione dopo una dura giornata di lavoro tra desk e stesura di articoli, scelta delle foto e titoli che sappiano attirare la curiosità del lettore. Forse è la volta buona che si mette a faticare. Anche se fare i giornalisti è sempre meglio che lavorare.
19 settembre, una giornata per cazzeggiare
Per Silvio Berlusconi si tratta di una barzelletta “cattocomunista”, come ha detto al direttore Maurizio Belpietro nel corso dell’intervista di ieri a “Mattino 5”. Per il centrosinistra, invece, il rischio di “fascismo” è più concreto che mai e quindi il 19 settembre, tutti coloro che credono nella libertà di stampa si ritroveranno a Roma per protestare contro il governo. Ma da qualche ora, via internet, è partito un nuovo tam tam: il 19 celebriamo piuttosto il giorno per la “Libertà di cazzeggio”.
Ha tutti i connotati per essere considerata una contromanifestazione e le iscrizioni sono state aperte su Facebook. Basta accedere al gruppo “19 settembre – GIORNATA PER LA LIBERTA’ DI CAZZEGGIO”. Lo spirito provocatorio non manca, tanto l’appello è accompagnato dalla famosa vignetta di Giorgio Forattini nella quale compare un Massimo D’Alema impegnato a cancellare i nomi del dossier Mitrokhin e che costò una querela al vignettista, oggi dimenticata. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di votare “il più cazzaro di tutti”.
Un appuntamento virtuale – “Il 19 settembre si svolgerà sulla Rete la manifestazione nazionale virtuale per la ‘Libertà di cazzeggio’ – si legge nella pagina ospitata dal social network -. Siamo certi che dalle parti di Roma, dove lo stesso giorno si svolgerà la seriosissima manifestazione per la libertà d’informazione, molti saranno i contributi alla nostra iniziativa. Non perché non condividiamo il principio di base, anzi ne siamo fanatici sostenitori, ma perché siamo certi che se davvero in Italia fosse in pericolo la libertà di stampa, D’Alema e Franceschini, Bersani e Di Pietro non sparerebbero le cazzate che sparano. D’Avanzo e Travaglio non scriverebbero le cazzate che scrivono. E noi, non ci faremmo le risate che ci facciamo”.
Goliardia, ma non solo. La protesta nei confronti di chi protesta parte da un principio politico: “Chiediamo dunque una massiccia mobilitazione alla nostra campagna, con l’adesione di politici, giornalisti, intellettuali davvero liberi, che in questi 15 anni mai una volta hanno parlato, con l’espressione tragica e preoccupata delle peggiori occasioni, di declino della democrazia, di ‘fine dell’impero romano d’oriente’, di ‘fascismo’, di dittatura. Perché coloro che hanno messo (e continuano a mettere) in guardia gli italiani dal ‘pericolo Berlusconi’ sono gli stessi che si sono arricchiti sfruttando proprio quella libertà di stampa che ha sempre concesso loro di scrivere qualsiasi cosa e che mai nessuno ha messo in pericolo”. A gente come Marco Travaglio e Peter Gomez fischieranno le orecchie.
“Stanchi di chi disegna un mondo cupo” – “Noi siamo spiriti liberi – concludono gli organizzatori -. Liberi di scrivere e di leggere. Di ridere per ciò che altri ritengono serio e di piangere per ciò che altri ritengono divertente. Di vedere un mondo diverso da quello cupo e irreale che dipingono Scalfari e Bocca, Furio Colombo e Concita De Gregorio, Umberto Eco e Oscar Luigi Scalfaro. Liberi di credere che i veri regimi autoritari sono altri, ben più sanguinosi, stranamente ignorati da queste stesse persone che oggi sostengono di combattere un bavaglio alla stampa che non esiste”.
E sono “liberi di pensare che il 19 settembre sarà la ‘Giornata del cazzeggio’. Liberi, infine, di bandire per quel giorno il concorso via internet per l’elezione del ‘più cazzaro di tutti’.
(Dario Mazzocchi, Libero-news.it)
Capro espiatorio
Concordiamo da queste parti con A. Man.. E concordiamo nuovamente quando scrive che tutto è cominciato 15 anni fa, in occasione della discesa in politica di Silvio Berlusconi e che il gioco sporco è stato cominciato da quelli che ora fanno i santini. E confermiamo che nelle redazioni le chiacchiere sulle attitudini sessuali di Dino Boffo non sono mai mancate. Ma da queste parti sorge anche una domanda: perché Dino Boffo?
Quando era direttore di Avvenire, il Boffo ha risposto in alcune occasioni alle lettere dei suoi lettori che gli rimproveravano di essere rimasto neutrale nei giorni del gossip politico sui lettoni di Palazzo Grazioli. E lui ha risposto che non era così, che in realtà il suo quotidiano aveva fatto capire quale fosse la sensazione di quel giornale: che il Cavaliere doveva fornire delle risposte e che aveva provocato un certo imbarazzo il suo comportamento privato. Sulla prima parte, concordiamo anche da queste parti: un primo ministro dovrebbe comunque rispondere alle insinuazioni (e si faccia ben attenzione al termine, insinuazioni) in modo pacato. E se gli fosse impedito, dovrebbe sforzarsi di mantenere un atteggiamento pacato.
Ma purtroppo in Italia stiamo ormai giocando al ribasso e così un direttore passa da un giornale all’altro e sfodera una notizia che poteva sfoderare quando stava al giornale precedente. Parliamo di Vittorio Feltri, è ovvio. Difficile credere che dietro ci sia la mano di Berlusconi, uno che di gaffe se ne intende, ma che non è così stupido da trasformarsi in un mandante. Però Feltri è stato acquistato per fare quello che ha fatto. Rotoliamoci tutti nel fango.
Ma quelle che circolano su Boffo, rimangono anche in questo caso delle insinuazioni. Ci sono dei cosiddetti punti oscuri sulla vicenda. C’è una storia che non fila del tutto liscia. Qualcuno dovrà tirarla fuori, ma sarà troppo tardi. Da noi funziona così, soprattutto in un periodo in cui the shit hits the fan. E non vale la pena nemmeno mettersi un elmetto in testa o ripararsi dietro uno scudo, perché non si sa dove vadano i proiettili.
La vicenda però dimostra anche come il giornalismo italiano ormai sia alla frutta. La razza dei giornalisti è davvero la peggiore che possa esistere, maledettamente autoreferenziale. Tanto che, chiunque si sia immerso nei resoconti gossipari che ci accompagnano dalla scorsa primavera, avrà avuto la sensazione delle enorme seghe mentali che si sono fatti, per esempio, a Repubblica e all’Espresso. Sono talmente autoreferenziali che arrivano a rubare un portatile e a spacciare per loro una storia scritta da un altro. Sempre per la storia del “rotoliamoci tutti nel fango”. È un gioco sporco, ma chi fa questo mestiere lo apprende subito. Anche nei corridoi delle scuole di giornalismo.
Ma è quella domanda che da queste continuiamo a porci: perché Dino Boffo? Nel leggere i commenti che invadono le redazioni e i siti dei quotidiani, i lettori dicono: bravo Feltri, prosegua, ora tiri fuori le denunce nei confronti dei preti pedofili. Un affare che nulla ha a che fare con questa storia. Eppure il clima di ignoranza e di faciloneria che accompagna il dibattito, ha reso logico un collegamento illogico. Giusto perché è troppo bello rotolarsi tutti nel fango.
“Siamo tutti un po’ sporcaccioni”, sentenziano i soloni per giustificare le malefatte del personaggio pubblico che sostengono. Ovvio poi che se lo sporcaccione di turno è Berlusconi è giusto dargli contro. Se è un altro – e se soprattutto quest’altro è un giornalista -, allora si programmano le manifestazioni in piazza per tutelare quest’altro dalla scure della censura e della dittatura.
Nessuno è vergine a questo mondo. Tanto meno nessuno lo è in questo momento in Italia, dove le insinuazioni diventano un fatto accertato e sbattuto in prima pagina. E da queste parti alla domanda sul perché proprio Dino Boffo rispondiamo: è il capro espiatorio.
Investire costa, ma magari rende pure
Su Affaritaliani c’è una interessante intervista a Layla Pavone, presidente di Iab Italia (associazione dedicata allo sviluppo della comunicazione pubblicitaria interattiva). Condivisibile o meno, offre spunti. Soprattutto per ciò che riguarda i contenuti e, sarà perché il sottoscritto è un partigiano, pare che quanto scritto su questo blog nei giorni scorsi sia condiviso anche da chi deve metterci i soldi.
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