Archivio per la categoria ‘Cultura’
4 novembre
20 giorni sull’Ortigara – Ta pum
FareFuturo si è smarrita nelle nebbie galliche
Dalle parti di FareFuturo hanno preso una brutta piega, quella di mettersi a giocare a cosa sia di destra e cosa no. Un meccanismo malefico che finisce per diventare perverso: se sei dei nostri, bene; altrimenti finisci per essere il solito reazionario che non sta al passo con i tempi. E così se questa estate erano stati sdoganati gli emo, passando per il successo cinematografico di “Twilight”, oggi è il turno di Cesare, inteso come il protagonista del fumetto “Asterix ed Obelix”: oggi, 29 ottobre, ricade il cinquantenario dalla prima pubblicazione dell’opera di Goscinny e Uderzo.
“Nella perenne sfida tra le legioni romane e i forsennati abitanti del villaggio, noi stiamo con Cesare, con la Roma simbolo di modernità e multiculturalità”, scrive Domenico Naso sul numero on line in queste ore. Perché da quella Roma è nato “il primo modello multiculturale degno di nota della storia, ben prima dell’epopea americana”. E britannica, aggiungiamo noi che crediamo che la democrazia statunitense sia figlia del parlamentarismo di Londra. Al contrario, i Galli sono l’”esempio di una cultura identitaria stantìa, il simbolo di una difesa della tradizione a oltranza e fine a se stessa”. “Oltranzisti localisti, nemici a prescindere dello ‘straniero’ e di ogni forma di melange culturale. Diciamolo pure senza problemi: sono leghisti”, rincara la dose l’autore.
Molto più che contadini scesi a valle – Il che è tutto molto bello e molto interessante, se non fosse che – magari – si tralasciano alcuni fattori. Certo, l’Impero romano è stato un modello straordinario di civiltà, finché non è finito vittima del suo steso multiculturalismo, smarrendo la propria identità – anche autoritaria – di imperium e finendo per l’essere travolto da se stesso, prima che dalle invasioni barbariche, capaci poi di ricostruire nuove tradizioni come quella dei Longobardi, per anni considerati semplici contadini scesi valle e invece rivalutati negli ultimi anni.
E poi siamo sicuri che i galli Asterix ed Obelix siano rappresentanti di “un’enclave tradizionalista” che odia il progresso e la contaminazione con ciò che sta fuori dal villaggio, per partito preso. Domenica Naso gioca addirittura la carta Tav: “Asterix vede un acquedotto romano, oggi come allora esempio magnifico di architettura e ingegneria, ed esclama: ‘Sono pazzi questi romani. Stanno rovinando le nostre valli’. È la versione fumettistica del No Tav, del not in my back yard”. Strano, perché i leghisti vorrebbero tanto che certe faraoniche opere in programma lungo la penisola, vengano sacrificati al momento per costruire la Bre-Be-Mi, la Pedemontana, oltre che per sistemare tangenziali ormai sopraffatte dal traffico. E in un passaggio finisce addirittura per paragonarli ai nazisti che non sopportavano il jazz perché suonato dai neri.
La nuova Europa – Eppure questi Galli, la cui vita è “intrisa di tradizionalismo e di totale chiusura nei confronti dell’innovazione”, non erano una popolazione monoculturale, ma vissuta in diverse regioni dell’Europa. Certo sulla base di una tradizione culturale comune (altrimenti che tradizione culturale sarebbe?), ma che si è contaminata oltre che con quella romana, anche con quella celtica, sassone, ligure, veneta ed etrusca: guarda caso, gente che pare abbia a che fare con la storia d’Italia. E prima che Cesare arrivasse dalle loro parti esportando il latino, utilizzavano l’alfabeto greco nelle sfere di comando. Dalla Gallia Aquitania è nato il regno dei Franchi, origine di un nuovo corso della storia politica e cristiana dell’Europa.
Insomma, non è forse troppo per una popolazione che magari avrebbe visto di cattivo occhio la destra “di Marinetti, dello slancio impavido e quasi un po’ sconsiderato verso il futuro”? Sì, ma a FareFuturo ormai sono troppo abituati a dire “questo sì e questo no” che forse non ci hanno fatto caso.
4 novembre
… oggi come allora…
A Venezia tagliano Giovannino
di Dario Mazzocchi, Libero-news, 30 agosto 2008
Nel gennaio del 1963 Giovannino Guareschi lasciò la sua casa nel Mondo Piccolo, in quel di Roncole di Busseto, per trasferirsi a Roma. Ci rimase fino a marzo perché doveva lavorare alla sceneggiatura de “La rabbia”, il documentario a quattro mani, se così si può dire, con Pier Paolo Pasolini. In realtà tra i due non scorreva buon sangue, l’intellettuale paladino della sinistra non era particolarmente apprezzato dall’inventore del don Camillo per via non tanto delle sue posizioni politiche, quanto per lo stile di vita che lo contrassegnava. Non si videro, si tennero a dovuta distanza e raccontarono dal loro punto di vista il mondo che cambiava rapidamente in quegli anni. Pasolini elogiò il progressismo e si scatenò contro il capitalismo e tutto quello che riguardava la mentalità conservatrice. Guareschi fece l’opposto e mise in guardia lo spettatore dalle minacce del comunismo e dello scientismo imperante. Uno sguardo rivolto al futuro, tanto che di fronte alla decolonizzazione dell’Africa, espresse gravi dubbi sul fatto che i Paesi occidentali stessero lasciando piede alla Cina. Non a caso, oggi, i cinesi si sono lanciati alla conquista dei giacimenti di materie prime (e preziose) nel cuore del Continente nero.
“La rabbia” fece parlare di sé e lo fa ancora in occasione della 65esima Mostra del cinema di Venezia. Perché al lido verrà riproposto il famoso documentario, ma solo a metà. La metà che riguarda Pasolini, di Guareschi non se ne parla, nemmeno quest’anno che si celebra il centenario della sua nascita. D’altra parte lui, Giovannino, rimane “lo scrittore che non è mai nato” (L’Unità docet) e quindi avranno pensato che non è nemmeno il caso di prenderlo in considerazione come sceneggiatore. Nemmeno quando il ministro della Cultura è Sandro Bondi, uno che ha fatto pubblica ammenda per essere stato nelle file del Pci.
“Il fatto che io abbia accettato di comporre la seconda parte di un film della cui pria parte è autore PPPasolini non significa che anche io abbia aperto a sinistra. Come non significa che PPP abbia aperto a destra. L’apertura di PPP è rimasta quella che era”, scriveva Guareschi nel 1963.
“La rabbia” dunque torna fra noi, restaurata, messa a puntino, ma solo per quel che riguarda Pasolini. Una brutta storia di censura che scomoda anche Alberto e Carlotta, i figli di Giovannino, che silenziosamente si occupano dei lavori del padre, promuovendo la sua conoscenza tramite il Club dei 23, che ospita il Centro studi Guareschi dove una volta c’era il ristorante del giornalista, sempre alle Roncole. Stavolta non ci stanno e chiedono le dimissioni di Giuseppe Bertolucci dal Comitato nazionale per il centenario di Giovannino Guareschi. Sotto accusa le frasi del regista riportare oggi alla Gazzetta di Parma. Scrive Bertolucci facendo riferimento alla parte tagliata del documentario: “Guareschi è un autore che ha avuto i suoi meriti. Ma qui il suo testo è insostenibile, addirittura razzista. Una delle sue cose peggiori. Gli abbiamo fatto un piacere a non recuperarlo”. Rispondo Alberto e Carlotta Guareschi a Vincenzo Bernazzoli, presidente del Comitato: “Lei capirà benissimo che non possiamo, pur rispettando l’opinione del Maestro Bertolucci, accettare che da un autorevole esponente del Comitato d’Onore per Giovannino Guareschi escano affermazioni di questo tenore, soprattutto considerando la circostanza del centenario. Così saremmo del parere che, in qualità di Presidente del Comitato d’Onore, Lei invitasse il Maestro a rassegnare le proprie dimissioni, per permetterci di non trovarci in assoluto imbarazzo a rimanere all’interno di un Comitato dove, evidentemente, c’è chi pensa che Guareschi sia tutto fuorché un autore da celebrare”.
Un cavaliere (non così) oscuro
Ma guarda te! La lezione per resistere in questo mondo arriva – finalmente – da Hollywood. La fabbrica del bel pensiero, del politicamente corretto, della propaganda liberal che ha gà innalzato Obama a nuovo Kennedy e qui rimaniamo ancora in attesa che venga prodotto un film nel quale, chiaro e tondo, si ricorda che fu il venerato bostoniano a creare il pasticcio in Vietnam. Arriva da Hollywood, ma è solo un caso, perché questo, alla fine dei conti, è un blockbuster, una roba non d’autore, ma per far soldi. Se li merita tutti.
Batman è alle prese con un matto razionalissimo, il Joker. Inutile stare a raccontare la trama perché le avventure di Bruce Wayne le conosciamo un po’ tutte e magari qualcuno nemmeno l’ha ancora visto il film. Un matto razionalissimo che sembra tanto uno di quelli che progettano aerei che vanno ad infilarsi nei grattacieli, strategie del terrore che prevedono zainetti pieni di esplosivo nelle metropolitane o sui treni. Il caos è il suo obiettivo e lo sa creare alla grande. Meriterebbe l’oscar del terrorista perfetto che i soldi li usa per procurarsi dinamite e benzina, di far cassa non gliene frega più di tanto.
C’è un Batman alle prese con la sua coscienza. Si sente colpevole perché lui che vuole portare il bene vede sorgere il male desideroso di affrontarlo faccia a faccia. I buoni hanno la coscienza, i cattivi no. Dunque, per affrontarli e per batterli c’è solo una strategia: abbandonare le nostre regole e adottare quelle della giungla. Alla violenza si risponde con la violenza. Se volessimo fare il contrario, sarebbe come contrapporre una pistola ad un fucile. E come diceva quel film, che mica per niente è un western? Un uomo con la pistola che sfida un uomo con un fucile, è un uomo morto. Questo ci insegna il cavaliere oscuro di Gotham City che, dopo aver fatto i conti con se stesso, torna a far battaglia. Anche se sulla spalle ci sono persone care che non torneranno mai indietro.
C’è un momento, nella pellicola di Christopher Nolan, in cui Bruce Wayne/Batman chiede al fedele maggiordomo Alfred come avesse fatto a catturare un bandito che stava ricercando nella foresta della Brimania durante i suoi giorni da agente Sas. ”Abbiamo bruciato la foresta”, risponde con tutto il suo british aplomb Alfred. Ma non ripetete la battuta, è un consiglio. Vi prenderanno per guerrafondaio e dal fascino del film torneremmo alla mediocrità di tutti i giorni.
Forse è così
Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono, ignorato umanamente, con decenza e naturalezza.
Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.Fernando Pessoa
Sono pure biografo
O almeno così credono in questo blog. La cosa fa molto piacere. Soprattutto perché si tratta della mia mini biografia di Giovannino.
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