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5 Novembre 1605, nasce la faccia di Anonymus e Indignados

Remember, remember, the fifth of November, Gundpower Treason and Plot”, recita la filastrocca. Ricorda il 5 di novembre, il giorno della congiura delle polveri: era il 1605 e quella notte il Parlamento londinese sarebbe dovuto saltare in aria per mano di un gruppo di cattolici tra i quali figurava Guy Fawkes, oggi volto noto per via di quella maschera resa famosa dal film “V for Vendetta”, emblema della battaglie di hacker e indignati. L’obiettivo dell’attentato di quel 5 novembre era Giacomo I, sovrano protestante. I papisti d’altronde non piacevano nemmeno ad un filosofo come John Locke: sudditi di un re straniero e quindi una minaccia per la stabilità dell’Inghilterra e del suo impero.

La storia della Gran Bretagna è un continuo susseguirsi di complotti, traditori e spie che spesso si muovevano tra i corridoi di corte. Come Roger Mortimer, nobiluomo che non solo divenne amante della moglie di Edoardo II, Isabella di Francia, ma l’aiutò a deporre il marito dal trono dopo aver fatto da garante al contratto matrimoniale tra i due. La sua gloria durò tre anni, prima di essere fatto prigioniero dal figlio più grande di re Edoardo: i suoi giorni finirono il 29 novembre 1330 e il suo corpo fu lasciato appeso alla forca per due giorni e due notti, come monito ai sudditi. Oppure come James Scott, duca di Monmouth e figlio illegittimo di Carlo II che nel 1685 si pose a capo di una sollevazione nei confronti di Giacomo II. Sconfitto in battaglia, riuscì a scappare prima di essere catturato e condannato per tradimento. I suoi sostenitori, all’incirca un migliaio, furono anch’essi condannati a morte o esiliati nelle Indie Occidentali. Una fine drammatica venne riservata anche a William Wallace che se nell’immaginario comune è il patriota scozzese per eccellenza, per gli inglesi era un pericoloso nemico: catturato il 5 agosto 1305 a Glasgow, il 23 agosto fu prima trascinato da un cavallo per la strade di Londra e in seguito il suo corpo venne diviso in quattro parti, con la testa appesa al London Bridge.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/guy-fawkes-v-for-vendetta#ixzz1d6nNueBn

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Questioni di identità

Balza all’occhio una cosa in queste prime ore del viaggio di Benedetto XVI in Gran Bretagna. La prima tappa è stata la Scozia e, ascoltando le interviste ai fedeli cattolici che si sono dati appuntamento a Edimburgo e Glasgow, è tornato a farsi vivo un certo orgoglio identitario, che nel dibattito politico si è appannato a causa delle trame tra laburisti e Scottish National Party e dei favori economici concessi dal governo londinese.

Oggi si è visto qualcosa di diverso. E’ dovuto arrivare un capo di Stato estero perché accadesse.

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Buon viaggio, Santità

Benedetto XVI sarà impegnato da oggi fino a domenica nella prima visita di Stato di un papa in Inghilterra e Scozia.

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Nel pallone

Sono i Mondiali della crisi e se non ci credete, date un’occhiata ai moduli delle squadre. Vanno di moda il 4-2-3-1, il 4-3-2-1 e il 4-2-2-2. O almeno così la Gazzetta dello Sport dispone in campo il Brasile di Dunga. Un numero imprecisato di trequartisti o mezze punte, palliativi per regalare qualche falsa emozione in assenza di attaccanti veri e propri.

Il bel gioco latita, a centrocampo la gente si pesta i piedi e si smarrisce in una serie infinita di passaggi contro muri difensivi di sei – sette uomini. A quel punto si tenta la conclusione da fuori, una botta dalla distanza che deve fare i conti con un pallone che va dove meglio crede e intanto fallisce il tentativo di coniugare il palleggio del Barcellona al modus operandi di José Mourinho: pure il ct del Camerun ha schierato Eto’o come terzino destro nel match di esordio con il Giappone, perso 1-0.

Prendete poi la Francia che è arrivata in Sud Africa grazie al colpo di mano di Henry: come al solito sbruffona, anche nel gestire l’affare Anelka – Domenech pubblicamente. Da quando Sarkozy ha perso la testa per Carla Bruni, Oltralpe ne succedono di tutti i colori. L’Inghilterra di Capello è annoiata e per niente pop come il governo libdem uscito dalle elezioni di un mese fa che David Cameron ha gettato alle ortiche. L’Italia è casinara come la sua capitale sudamericana, Roma, dove il sacro si mescola al profano e quello che capita nel resto del Paese è solo un’eco lontana. Gli Stati Uniti pareggiano, ma per i media vincono: è tipo Obama, che sbaglia, “ma non per colpa sua”. La Spagna ha addirittura perso al debutto con la Svizzera e ogni commento geopolitico è superfluo.

In attesa di tornare agli schemi classici (4-4-2, gioco sulle fasce, terzini che si sovrappongono, centrocampisti che coprono il campo, il fantasista che detta e le punte che eseguono, punto-e-basta, tutto il resto è noia), attendiamo impazienti la B Zona di Oronzo Canà.

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I comuni fan cassa, ai cittadini la portano via

La questione della sicurezza, prima che politica, dovrebbe essere quantomeno amministrativa. Capita infatti che nel Basso Lodigiano da qualche settimana i topi di appartamento sono particolarmente attivi. Stanno passando in rassegna i piccoli comuni della zona, infilandosi nelle case e nei bar. Settimana scorsa, a Castiglione d’Adda, un uomo ha scoperto i ladri nella sua abitazione nel pieno della notte, intenti a cercare le chiavi della Bmw X3 parcheggiata in giardino.

Oggi i sindaci della zona si lamentano perché non ci sarebbero abbastanza fondi per tentare di arginare il fenomeno. Che non è nuovo, dato che ciclicamente si ripete: ma questa volta sembra molto più accentuato. Non ci sono soldi, quindi. Ma ci sono le strutture: tra polizia municipale, provinciale e caserme dei carabinieri, la Bassa non è lasciata a se stessa. A Codogno, Casalpusterlengo, Cavenago, Castiglione, Maleo e Castelnuovo Bocca d’Adda sorgono alcune centrali della Benemerita, alle quali si aggiungono le forze dell’ordine locali, grande risorsa dei comuni della zona che li spediscono in lungo e in largo a mettere multe, armati di autovelox.

Di giorno le gazzelle dei carabinieri in perlustrazione sono cosa rara. Di notte vanno in letargo. Eppure l’area da tenere sott’occhio non è così estesa, basterebbe unire gli intenti tra le amministrazioni interessate dalle serie di furti per cominciare a porvi un rimedio. Invece salta fuori che i vigili, nel solo capoluogo, hanno raccolto un tesoretto di un milione di euro dalle contravvenzioni.

O la cassa o la vita. Tanto sono entrambe dei cittadini.

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Cuore polacco

La storia del popolo polacco è destinata ad essere interpretata da altri. Russi, prussiani, francesi, austriaci: la sorte di questa nazione è passata per guerre, accordi e smembramenti legati agli interessi di case regnanti straniere prima e di potenze militari poi, fino alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, quando venne spartita tra la Germania nazista e l’Unione sovietica l’esercito dall’aquila incoronata rimase vittima dell’atrocità di Katyn.

Eppure l’orgoglio del popolo polacco è testimoniato in lungo e in largo per quel Paese. Il sottoscritto ne ha avuto prova qualche anno fa, durante una spedizione tra Wroclaw e Cracovia, nella Bassa Slesia, a ridosso del confine tedesco. La prima, conosciuta meglio come Breslavia, mostrava i segni inconfondibili di che voleva ricominciare dopo le sofferenze del regime comunista: il borgo centrale con le costruzioni attorno al fiume Oder a testimoniare un trascorso economico e culturale vivace; la periferia i cui spazi sono dettati dell’architettura squadrata e imponente in stile sovietico; la campagna attorno con villaggi gotici e immersi nel verde, così vicini alla città eppure così tremendamente lontani.

E poi Cracovia, bellissima città che per la Polonia è un cuore religioso: cosa non da poco in una nazione che si è aggrappata alla fede cristiana per tirare avanti, come insegna la vita di Giovanni Paolo II.

La tragedia di questi giorni è solo l’ultimo capitolo di una storia tragica, ma nello stesso tempo fiera come quel sovrano, Jan III Sobieski, che guidò le truppe della Lega santa nella battaglia di Vienna dell’11-12 settembre 1683, quando l’impero ottomano penetrato in Europa venne rispedito al mittente. Ecco perché il cuore polacco è quanto mai un cuore europeo, a dispetto dei pregiudizi istituzionali nei confronti di una nazione, la Polonia, che ha la forza di voler guardare a se stessa.

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Cattolici adulti

Il silenzio di tomba: è quello che proviene da certi ambienti cattolici i cui esponenti hanno il ditino alzato quando gli fa comodo. Ad esempio quando le parole di un vescovo, di un cardinale se non del Papa stesso sono oro colato nella campagna elettorale contro il governo.

Qualche anno in fa, in occasione delle discussione sui Pacs, si definirono “cattolici adulti”. Oggi, di fronte al fuoco incrociato ai danni di Benedetto XVI, tacciono. Forse perché sfogliano tutti i giorni Repubblica, il vangelo dei moralizzatori.

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Il fumo delle candele

Garantisti va bene, però quando salta fuori la Chiesa la faccenda si complica. In questi giorni si assiste ad una frenetica rincorsa a lanciare per primi la notizia dei nuovi casi di pedofilia avvenuti all’interno delle comunità cristiane europee e mondiali. Un caso su tutti, la storia che riguarda il coro diretto dal fratello del Papa. In pochi a considerare che magari certi titoli sparati ad altezza uomo fossero simili a delle stecche – dato l’ambito -, in molti a dimenticare quanto ripetono ogni volta che da un’intercettazione salta fuori il nome del capo del governo, del presidente della Camera, di un ministro o di un parlamentare.

“Ecco, scatta subito la gogna mediatica”, è un po’ il pensiero in queste circostanze non appena tali nomi vengono messi neri su bianco dai quotidiani, prima ancora di capire tutto il resto.

Quando c’è di mezzo la Chiesa non funziona così: subito i garantisti rilanciano la notizia, con il ghigno malefico di chi indica l’untore avvalendosi del preconcetto di sessuofobia che prevarrebbe nel mondo cattolico o, in generale, cristiano. Il degno comportamento di chi è allergico al fumo delle candele e si trasforma così in un manettaro dipietrista qualunque. E poi a meravigliarci se De Magistris chiede che il pontefice testimoni di fronte ai giudici.

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Il placido fiume e l’onda nera

Il reportage di Simone Spetia di Radio 24.

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Caccia al bianco in Sudafrica: in quindici anni uccisi 3.000 agricoltori dai razzisti neri

Il governo sudafricano non ha ancora digerito l’asilo politico che il Canada ha concesso agli inizi di settembre a Brandon Huntley, 31enne bianco originario di Città del Capo, vittima di attacchi razzisti da parte di connazionali neri. Decisione che potrebbe rivelarsi un precedente scomodo per la classe dirigente del Sud Africa, guidata dall’African National Congress, il partito di Nelson Mandela di ispirazione socialcomunista, oggi presieduto da Jacob Zuma, capo di Stato nero nella cui fedina penale compare anche uno stupro nei confronti di una donna malata di Aids.

La difesa

«È tutto falso», continuano a commentare dal governo, ma i numeri smentiscono. Dal 1994, anno dell’abolizione dell’apartheid, ad oggi sono all’incirca 2.500 gli allevatori di origine bianca rimasti vittime delle violenze di criminali di colore. La cifra è confermata dalla commissione per i Diritti civili del Sud Africa, voluta dallo stesso Mandela nel 1995. In un rapporto reso pubblico lo scorso giugno, si segnala un incremento del 25 per cento dei casi di omicidio nei confronti di bianchi negli ultimi quattro anni, tanto che “Genocide Watch”, una organizzazione internazionale con base negli Usa, ha esplicitamente parlato di genocidio a danno dei boeri, il termine olandese per indicare i farmers, gli allevatori che nel corso del 18° secolo colonizzarono parte della regione.

Le vittime ufficiali

Nel Paese, le associazioni boere che si occupano di denunciare i casi di violenza nei loro confronti si muovono soprattutto tramite internet, dovendo fare i conti con il muro di silenzio delle istituzioni. Dalle testimonianze raccolte, le vittime ufficiali aggiornate al 2 maggio scorso sarebbero addirittura 3.047. Oltre al danno, la beffa: lunedì la commissione di Pubblica sicurezza ha reso noto che più di 200 funzionari della pubblica amministrazione sono colpevoli di diversi reati che vanno dalla guida in stato di ubriachezza alla corruzione. Il radioso futuro per lo stato dell’arcobaleno, tante volte promesso dal partito di Mandela, è ancora ben lontano dal rivelarsi una realtà.

Dario Mazzocchi

© Libero

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