Il governo è al capolinea e allora adattiamoci alle nuove realtà, quelle per cui con i numeri di questa sera alla Camera difficilmente Silvio Berlusconi potrà andare lontano. I voti di Pdl e Lega non bastano per evitare il sistema ricattatorio che Futuro e libertà e Mpa sapranno orchestrare dai prossimi giorni. Tanto che settimana prossimo quello di Fini non sarà più solo un gruppo parlamentare, ma avrà tutti i crisi di un partito: a questo punto sarebbe lecito attendersi le dimissioni del Fini stesso dallo scranno di presidente della Camera, memore del gesto di Giuseppe Saragat quando nel ’47 uscì dal Partito socialista per dare vita ai socialdemocratici.
Se non c’è un codice della costituzione che prevede la sfiducia per la carica in questione, c’è il precedente storico che dovrebbe pesare sulla coscienza di un leader – Fini -, il quale non perde occasione per rimarcare il ruolo delle istituzioni e per celebrare i padri della Patria. Ecco, lo faccia prendendoli davvero ad esempio.
Meglio prepararsi alle urne: costa dirlo perché questo centrodestra poteva contare su una maggioranza intoccabile, se non dall’interno e così infatti è stato. Costa dirlo anche perché non può sperare di migliorare una nazione che ogni due anni e mezzo è chiamata a rinnovare la fiducia nei suoi rappresentanti: le tanto acclamate riforme nascono sul sorgere, l’opinione pubblica si stanca e il dibattito politico non solo si fa trito, ma addirittura scadente. A tutte queste cose stiamo assistendo da troppo tempo. E non è certo il caso di stare qui a intuire il significato delle espressioni facciali di un sergente che sbatte i tacchi come Italo Bocchino e del suo entourage che si presenta alle telecamere tronfi del loro corredo di colletti bianchi.
A tutto questo si aggiunge l’ultimo ruggito del leone: magari, con un sussulto di orgoglio simile a quello di Vicenza nel 2006, il Cavaliere si sarebbe fatto ancora più nemici, ma almeno ci avrebbe regalato qualche emozione. Anche solo una frase, rivolgendosi a quello che gli stava alle spalle: “Ricordati che se non era per me, tu e i tuoi non stavate qui a guardare tutti con la puzza sotto il naso. E per fortuna che non vi ho lasciato in mano l’intero centrodestra, altrimenti ora sareste ancora a guardarvi in faccia nei circoli o nei centri studi”. No, nessuna Vicenza: è destino che Berlusconi non debba fare lo statista che porge i dovuti omaggi ad un grigio Parlamento e ad un apparato istituzionale imbalsamato, ma affilare gli artigli per difendersi dai cacciatori che osano mettere piede nella sua tana.
Nella sfida in famiglia per il ruolo di leader del Partito laburista inglese, Ed Miliband ha avuto la meglio sul fratello David. L’ha scampata per pochi pesanti voti. Ed è nato il 24 dicembre 1969, David il 15 luglio 1965. Ed deve mostrare ancora molto, David ha avuto modo di rendersi noto politicamente nelle vesti di segretario degli Affari estera. Ma a fare le differenza tra i due è la tonalità di rosso: con la vittoria di Ed, i laburisti lasciano in disparte il progetto di Tony Blair e cercano di recuperare terreno negli ambienti operai più duri e puri: se la strategia funzionerà, lo scopriremo presto.
E’ un gran mormorio in Italia, tra i mezzi di informazione: la Svezia non è più un paese civile. Colpa dei 20 deputati di destra eletti dall’elettorato svedese alle Legislativa di domenica. Le xenofobia, ci raccontano, ha preso piede anche a Stoccolma, terra di libertà e di diritti civili: dalle vichinghe bionde alla liberazione sessuale, dalle coppie gay all’integrazione multikulti baciata dalla socialdemocrazia e che ogni tanto sfocia in qualche incidente di piazza nei quartieri di periferia delle grandi città. Ma quest’ultima parte non fa notizia.

