La seconda metà di agosto un agricoltore se la segna sul calendario già ad inizio anno. È in questo periodo che attacca con la mietitura del mais, pianta di origine messicana: per gli studiosi, la culla del mais risiede nella valle di Tehuacàn, nella regione meridionale di Oaxaca, una delle zone più povere del Paese sudamericano. Per migliaia di anni l’Oaxaca ha ospitato gli insediamenti delle civiltà precolombiane zapotechi e mixtechi.

A chi lo lavora, dalla semina alla raccolta, poco importano queste parentesi storiche, non ci sarebbe nemmeno il tempo di rifletterci sopra perché le giornate sono già abbastanza ingombranti. I motori della trincia e dei trattori che la seguono si avviano di primo mattino, quando un ingenuo potrebbe pensare al fresco. Infilarsi nei campi di mais invece provoca sempre lo stesso effetto quando il sole se ne sta tutto solo nel cielo: è come se una coperta di umidità avvolgesse il malcapitato. L’unica sensazione si frescura è quella che si sprigiona dal basso, dalla terra polverosa: una sensazione destinata a durare il tempo per realizzare che anche quella è umidità.
Il rituale è piuttosto semplice: la trincia si avventura tra le file di mais, accanto procede il trattore che traina il carro dove finisce il raccolto. Ben presto l’operazione si trasforma in una processione costante: quando un carro è colmo, riprende la strada di casa e se ne fa sotto un altro e così via, salvo imprevisti come la rottura di qualche marchingegno o un leggero ritardo sulla tabella di marcia. In cascina un trattore alla volta procede a scaricare il trinciato nella trincea. Potrebbe essere altrimenti? Due solide pareti di cemento da riempire: ne esce una figura geometrica simile ad un parallelepipedo.
Nella pianura padana, soprattutto sulla riva sinistra del Po, ce ne sono a distese di questi campi. Nulla a che vedere con gli spazi immensi dell’America del Nord, ma fatte le dovute proporzioni geografiche, si difendono. Interi paesi affogano nel mais durante la bella stagione, le strade che li raggiungono ne sono circondate e quando si imboccano quella piccole e tortuose che spesso calcano i confini tra una proprietà e l’altra, capita di vedere sbucare il campanile della chiesa sopra le foglie verdi che nascondo le pannocchie. Spesso, se non ha altro di meglio da fare, il titolare dell’azienda agricola siede ai posti di comando della trincia. Con un occhio si preoccupa di procedere dritto, con l’altro da un’occhiata al trattore al suo fianco: è una questione di polso, quella di riempire il carro da cima a fondo e in ogni angolo, al centro e ai lati, evitando di ritrovarsi con una montagna di roba che alla prima buca – e i campi sono pieni di buche – finirebbe per terra. Non è un caso che qualcuno imprechi per il mal di collo, di tanto in tanto.
Mettersi sulle tracce di chi è all’opera non è difficile. Basta seguire gli indizi. Anzitutto bisogna decidere a quale mezzo di trasporto affidarsi. Andare a piedi non conviene se fa caldo, nemmeno in auto a meno che non sia provvista di solide sospensioni e la si voglia impolverare in un battibaleno. Meglio la bicicletta a questo punto. Solitamente il tragitto della processione è accompagnato da una nuvola chiara: la polvere che si leva da terra e va ad imbiancare le rive dei fossi o l’erba dei campi vicini a quelli di mais. Bisogna stare attenti a non finire nella morsa di un trattore che arriva e di uno che va, si corre il rischio di avere la polvere appiccicata su tutto il corpo. Altra indicazione utile: meglio essere provvisti di due solide gambe che spingano perché facilmente il sentiero finisce per avere tre dita di sabbia che fanno slittare le ruote: si spreca del fiato per rimanere dove si è.
Se nella distesa di piante non si rintraccia il campo giusto – e non c’è anima viva che sollevi un nuvolone -, rimane l’udito. La trincia ha la caratteristica di essere produrre un rumore come quello di un moscone che ha deciso di ronzare attorno alle orecchie. Non si può sbagliare.
Nella seconda metà di agosto il sole comincia a calare presto, segno di manca poco a quella parte dell’anno che accompagna all’autunno. Più il sole cala, più si cerca di portarsi avanti con il lavoro in vista del giorno dopo. Una volta che la processione ha compiuto l’ultimo atto, radunando tutti i mezzi sull’aia della cascina, ci si dà da fare con le aggiustature: spesso un trattore fa tribolare e servono dei ricambi o un paio di martellate per rimetterlo in riga. Faccenda più delicata se è la trincia a impiantarsi. Anche in questo caso partono le imprecazioni.
Il giorno seguente, si ricomincia da capo.