La storia del popolo polacco è destinata ad essere interpretata da altri. Russi, prussiani, francesi, austriaci: la sorte di questa nazione è passata per guerre, accordi e smembramenti legati agli interessi di case regnanti straniere prima e di potenze militari poi, fino alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, quando venne spartita tra la Germania nazista e l’Unione sovietica l’esercito dall’aquila incoronata rimase vittima dell’atrocità di Katyn.
Eppure l’orgoglio del popolo polacco è testimoniato in lungo e in largo per quel Paese. Il sottoscritto ne ha avuto prova qualche anno fa, durante una spedizione tra Wroclaw e Cracovia, nella Bassa Slesia, a ridosso del confine tedesco. La prima, conosciuta meglio come Breslavia, mostrava i segni inconfondibili di che voleva ricominciare dopo le sofferenze del regime comunista: il borgo centrale con le costruzioni attorno al fiume Oder a testimoniare un trascorso economico e culturale vivace; la periferia i cui spazi sono dettati dell’architettura squadrata e imponente in stile sovietico; la campagna attorno con villaggi gotici e immersi nel verde, così vicini alla città eppure così tremendamente lontani.
E poi Cracovia, bellissima città che per la Polonia è un cuore religioso: cosa non da poco in una nazione che si è aggrappata alla fede cristiana per tirare avanti, come insegna la vita di Giovanni Paolo II.
La tragedia di questi giorni è solo l’ultimo capitolo di una storia tragica, ma nello stesso tempo fiera come quel sovrano, Jan III Sobieski, che guidò le truppe della Lega santa nella battaglia di Vienna dell’11-12 settembre 1683, quando l’impero ottomano penetrato in Europa venne rispedito al mittente. Ecco perché il cuore polacco è quanto mai un cuore europeo, a dispetto dei pregiudizi istituzionali nei confronti di una nazione, la Polonia, che ha la forza di voler guardare a se stessa.
