Sulla Stampa.it Marco Bardazzi affronta in modo interessante la tragedia di Haiti: dalla parte del giornalista. O meglio, partendo dal viaggio intrapreso da Maurizio Molinari per raggiungere l’isola colpita dal terremoto e il reportage che ne ha cavato fuori, spedito a Torino via sms.
Con l’esplosione dei social network ed in particolare di Twitter, si è diffusa nuovamente la convinzione che basti poco per fare del giornalismo e offrire contenuti. Certo, le nuove tecnologie aiutano a superare i limiti temporali e spaziali e ad aggiornare il lettore in tempo reale. Ma se bastasse questo per completare l’opera, sarebbe preoccupante. Come è preoccupante il fatto che nelle scuole di giornalismo certi docenti spingano gli studenti in questa direzione.
Fare il giornalista non vuol dire cambiare il mondo e nemmeno avere un patentino fornito dall’ordine che pretende di regolare la professione, ma significa comunque raccontare. Con tutta la buona volontà, i social network aiutano, ma non esauriscono il compito in tutto e per tutto. L’augurio è che lo capiscano anzitutto i giornalisti.

Se bastasse una bella canzone
a far piovere amore
si potrebbe cantarla un milione
un milione di volte
bastasse già
bastasse già