Archivi del mese: novembre 2009

Profumo di frontiera

L’articolo di Stefano Pistolini per il Foglio sul libro di Sarah Palin, che questo blog aveva già definito donna di frontiera.

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Memoria corta

Gira voce che i finiani abbiano sullo stomaco il documento uscito dall’ufficio di presidenza di ieri sera del Popolo della libertà. Silvio Berlusconi ha dettato delle condizioni (chi non concorda, può anche andarsene), ribadendo il concetto di disciplina di partito.

Ma di che si lamentano lor signori? Si sono già scordati degli anni di Gianfranco Fini a capo di Alleanza nazionale?

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Presidente, sveglia!

Una volta tanto, dati i precedenti, Gianfranco Fini se n’è uscito con un’affermazione che dovrebbe far ragionare attentamente sia Silvio Berlusconi sia tutta la maggioranza: il processo breve non è la riforma della giustizia. Vero, sacrosanto: perché non basta una legge che preveda due anni per ogni grado di giudizio di fronte reati che comportano pene fino ai dieci anni, piuttosto occorre ribaltare molto altro. E dato che la guerra con l’Anm è cominciata, tanto vale portarla avanti. Purtroppo quella battuta di Fini è caduta nel silenzio, soffocata dalle risse Tremonti – Brunetta e dai guai privati del presidente del Consiglio. Il Cavaliere, dalla sua, avrebbe detto nel corso del vertice di presidenza del Pdl che è in atto una persecuzione giudiziaria che potrebbe portare addirittura alla guerra civile. L’ufficio stampa del partito ha prontamente negato, ma il senso rimane, anche senza quella guerra civile tra i piedi.

L’immobilità dell’esecutivo è, d’altra parte, imbarazzante: questa mattina, intervenendo su La 7, l’abile direttore di Italia Oggi, Pierluigi Magnaschi, ha ricordato come in tempi di crisi le aziende per campare abbiano eliminato le spese inutili, mentre questo governo non lo ha fatto. Il riferimento era soprattutto all’abolizione delle Province e di tutti gli enti che rendono il nostro Paese burocratico, lento, vecchio. A parte la riforma dell’istruzione, dalla scuola all’università, non si registra molto altro di significativo.

L’ennesima chance arriva, guarda caso, dalla giustizia che non deve essere vista solo come un’occasione per permettere ad un capo di governo di svolgere il suo lavoro, ma anche come la possibilità di dare uno scossone ad un sistema che interessa la vita dei cittadini nel profondo, ogni giorno. Quindi facciano pure questo processo breve, ma non si limitino a quello.

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Lezione all’inglese

Il Fatto targato Travaglio ha scovato una fonte di spessore per parlare male di Silvio Berlusconi: The Economist, il settimanale britannico che non ha mai nascosto una certa antipatia per il Cavaliere. Il quotidiano manettaro ospita un’intervista a David Lane, definito “occhio ‘neutro’ sul nostro paese”. Bastano due battute per rendersene conto:

Bè, “Il Divo” non è l’unico caso…
No. Vogliamo “toccare” Silvio Berlusconi? Mi spiega in quale altro paese democratico un primo ministro può rifiutarsi di rispondere alla magistratura? Le rispondo io: nessuno.

Cosa sarebbe avvenuto in Inghilterra?
Escluso, politicamente finito. Gli sarebbero state imposte le dimissioni, a lui e a quelli come lui. Compreso Schifani.

Un esempio?

1963: John Dennis Profumo (di origini italiane, ndr) si dimette dall’incarico di segretario di Stato alla guerra, per le bugie su una sua relazione con una showgirl, sentimentalmente coinvolta anche con un funzionario dell’ambasciata sovietica.

A essere precisi, Lane si dimentica di aggiungere nell’affare Profumo comparivano spie, spionaggio e controspionaggio, talpe inglesi che informavano il Cremlino. Insomma: Profumo era un segretario alla Guerra ricattabile. Lo è anche Berlusconi? Al massimo potrebbe essere preso in giro per le sue abilità amatorie. Ma stando ad ascoltare le registrazioni della signora D’Addario, pare che il Cav. abbia fatto un gran figurone.

Ci sa tanto di invidia tutto questo…

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Via 50mila poltrone, ma nessuno ne parla

Il Consiglio dei ministri ha dato via libera al disegno di legge che prevede il taglio di 50mila poltrone tra gli enti locali. E’ una notizia di cui nessuno ne parla. Forse perché opera della Lega. O forse perché nella maggioranza hanno fatto di tutto per spostare l’attenzione su altro.

(Adn-Kronos) Il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, annuncia che il Consiglio dei ministri, oggi, ha approvato in via definitiva il disegno di legge di riforma degli organi e delle funzioni degli enti locali, di semplificazione e razionalizzazione dell’ordinamento e la Carta delle autonomie locali, già approvato in via preliminare nella seduta dello scorso 15 luglio. «Questa riforma – spiega Calderoli – era attesa da almeno tre legislature, ovvero dal varo della modifica del Titolo V. Con il cosiddetto Codice delle Autonomie, infatti, andiamo finalmente a definire le funzioni delle Autonomie locali, stabilendo chi fa che cosa, e ad eliminare migliaia di enti dannosi, con consistenti risparmi di spese per la macchina pubblica e un complessivo snellimento delle strutture amministrative». «Si tratta – prosegue Calderoli – di un altro importante risultato ottenuto in tempi brevissimi da questo governo, che alle chiacchiere preferisce i fatti».

«Con l’approvazione di questo fondamentale provvedimento, che razionalizza il mondo degli enti territoriali, proseguiamo così nel percorso riformista avviato con il via libera, avvenuto lo scorso aprile, del federalismo fiscale», sottolinea Calderoli. Il disegno di legge, in attuazione del titolo V della Costituzione e in linea con l’autonomia finanziaria e tributaria prevista dal federalismo fiscale, individua in maniera puntuale e disciplina le funzioni fondamentali di comuni, province e città metropolitane. Inoltre, razionalizza e riordina, anche al fine del contenimento della spesa pubblica e della riduzione degli assetti organizzativi delle amministrazioni statali, gli uffici periferici dello Stato e il sistema dei controlli interni. Prevede, inoltre, lo snellimento dell’apparato amministrativo locale mediante una complessiva rivisitazione dell’impianto degli enti territoriali ed una drastica riduzione che porterà al taglio di circa 34mila tra consiglieri comunali, circoscrizionali e provinciali e di circa 15 mila assessori comunali e provinciali. «In tutto -conclude il ministro leghista- quasi 50mila poltrone in meno».

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Queen’s Speech: The Tradition

A Londra si celebra un momento particolare della vita politica, il discorso del sovrano al Parlamento riunito in seduta comune. Si inaugura così ufficialmente il nuovo anno legislativo che, nell’occasione, sarà fondamentale in vista delle prossime elezioni dove si affronteranno da una parte Gordon Brown (per non far affondare il Labour Party), dall’altra David Cameron (per sancire definitivamente il ritorno dei Tories).

Forma, formule, formalità: qui alcune curiosità. Interessante notare come ci si adoperi perché la residenza del re o della regina non venga presa in ostaggio durante la sua assenza. Se non ci sbagliamo, negli Stati Uniti esiste un procedimento simile: mentre il Presidente è al Congresso per il Discorso sull’Unione, un segretario del suo governo viene sorteggiato perché rimanga alla White House, pronto a prendere il comando se il Commander in Chief dovesse cadere vittima di un attentato.

Particolari che dicono molto.

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Capolinea?

Strano Paese, l’Italia. Un posto dove tutti chiedono a grande voce una rivoluzione che rigiri come un calzino un sistema grigio, arrugginito e compassato.

Poi succede che qualcuno ci provi anche, rivoluzionando il modo di fare politica e di presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica. Dal niente, organizza un movimento che diventa partito di governo e per poi ritrovarsi all’opposizione. E quindi di nuovo al governo. Quindici anni vissuti intensamente, ma senza rivoluzioni.

Perché in Italia, evidentemente, le rivoluzioni sono destinati a fallire in partenza: il sistema non lo consente, da troppo tempo questo Stato funziona in un modo troppo suo e nessuno ha dimostrato il coraggio necessario per andare oltre.

Troppi interessi, forse, perché tutto rimanga com’è. Ci sono infine troppi figliol mezzi prodighi, all’erta per eliminare i padrini che li hanno svezzati e sdoganati. Un giorno si volteranno indietro e capiranno gli errori. Ma non sarà troppo tardi?

Ma quali rivoluzioni? E’ già un evento riuscire a stare in galla dopo tutto, nonostante tutto. Saremo mica arrivati al definitivo capolinea?

Dall’altra parte della barricata, non va meglio: “Non accettiamo lezioni di antiberlusconismo da nessuno”, ha risposto Pierluigi Bersani, segretario del Pd, ad Antonio Di Pietro. Ecco: nessun programma, solo livori. E poi si vorrebbero fare le rivoluzioni…

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La Fortuna del Cavaliere

Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam le ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi.

Che “Il Principe” (o meglio “De Principatibus”) di Nicolò Machiavelli sia un manuale utile per muoversi in politica, non ci piove. Per il semplice fatto che le regole basi di allora – 1513 – valgono tutt’oggi dal momento che la politica è fatta dagli uomini e, per quanto ci si sia applicati, gli uomini sono rimasti tali. Ogni tanto la questione della “fortuna” fa capolino nel dibattito politico e calza a pennello in queste ore che vedono il governo di centrodestra alle prese con problemi tosti, seri, nonostante sia in vita da un anno e mezzo o poco più.

Ci eravamo detti che con la solida maggioranza ottenuta dalle urne dell’aprile 2008, Silvio Berlusconi avrebbe avuto i numeri per governare dopo il fallimentare mandato di Romano Prodi, aggrappato ad una manciata di voti. Così non è. Perché non è un governo forte quello che vede un ministro minacciare un collega: “Non avvicinarti troppo o ti do un calcio nel culo”. È lo sfogo ormai noto di Tremonti nei confronti di Brunetta, uno di quelli che vedrebbero bene l’uomo dell’Economia fuori dall’esecutivo. Il giorno seguente (il minacciato calcio nel sedere risale a giovedì), lo stesso Tremonti si è ritrovato con una Banca del Sud arenata in Senato perché l’emendamento che la riguardava non era passato per la commissione Bilancio. Se ne sono accorti solo al momento della votazione? Difficile crederlo. La classe politica italiana si perde in molti bicchieri d’acqua, ma è astutissima quando si tratta di dover fare uno sgambetto.

I governi Berlusconi nascono sempre un po’ sfigati: l’11 settembre nel 2001 e le conseguenti guerre in Afghanistan e in Iraq. La crisi economica – e non più solo finanziaria – nel 2008. Terreno comune, allora come oggi, proprio l’economia. La testa del professor Giulio è di nuovo lì per lì dall’essere decapitata, tanto che pare di essere tornati al 2004, quando fu fucilato su ordine di Gianfranco Fini. Colpa delle decisioni molto pacate e per nulla “rivoluzionarie” del titolare del Tesoro. Tremonti, insomma, va sempre con i piedi di piombo e la cosa non piace. Possibile che se ne siano accorti nuovamente solo ora?

La “sfortuna”, oggi, è che di mezzo c’è pure un Cavaliere azzoppato dai guai giudiziari e da quelli personali; un matrimonio ufficialmente naufragato e un divorzio prossimo a entrare in tribunale; una figlia che vorrebbe scalzare un’altra figlia; una moglie che inciucia con la parte, chiamiamola culturale, avversa; un direttore del Giornale di famiglia che gli crea non pochi grattacapi con gli attacchi al presidente della Camera (anche se in questo caso, rimane il ragionevole dubbio che agisca su commissione, ma è appunto un dubbio). Certo è che se Berlusconi si trova in questa situazione, è anche per colpa sua.

Sorprende, in questo clima, che non sia giunta dal premier la risposta forse più facile: forte di quella che dovrebbe essere una maggioranza diffusa e che è confermata dai sondaggi, quanto ha ancora intenzione di attendere prima di presentarsi di fronte al Parlamento per parlare alla nazione? E a quella opposizione che denuncia un giorno sì e l’altro pure la confisca dei poteri concessi all’Assemblea? La nostra Costituzione, tra i moltissimi ostacoli, offre un’ancora di salvataggio: il ruolo attribuito ai partiti di dare un indirizzo a questa Italia. Non c’è un sovrano al quale rispondere, fosse anche solo formalmente. Non c’è nemmeno un presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo. L’unica, vera carica che ottiene un riconoscimento dall’elettorato è quella del presidente del Consiglio, che nell’Italia berlusconiana – per fortuna – è lo stesso a comandare il partito di maggioranza. Una faccia, un candidato e non le manovre dietro il sipario.

Allora, cosa aspetta il Cavaliere? Perché se è vero, come dice Machiavelli, che metà di quanto ci gira attorno è frutto dalla sorte, l’altra metà è la conseguenza dell’agire di chi ha il comando. Vada davanti a deputati e senatori e dica a noi – che lo abbiamo eletto – quello che intende realmente fare. Abbellisca pure il tutto con la sua abilità oratoria, ma lo faccia. Per uscire da questo empasse, serve arrivare ai ferri corti con i nemici, dentro e fuori casa: un duello faccia a faccia, come erano soliti risolvere i guai nei tempi andati, compresi quelli di Machiavelli.

Almeno avremo un sussulto e potremo dire che, dopo tutto, c’è ancora qualcuno che fa della politica.

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Il Soviet di Bersani all’opera in Emilia

da Notapolitica.it

Nel Partito democratico emiliano c’è del malumore. Colpa di alcune decisioni prese dal neosegretario, di origine piacentina, Pierluigi Bersani. Solo pochi giorni fa, a gamba tesa sulla nuova gestione era intervenuto Gianfranco Pasquino, politologo e tra i fondatori del Pd, che su Italia Oggi ha definito il partito «lento e per niente eccitante, ancora senza identità».

«A parte Ivan Scalfarotto, che proprio non capisco in base a che criterio sia stato premiato», osservava Pasquino, «gli incarichi a Rosi Bindi, Marina Sereni e Enrico Letta erano del tutto prevedibili e non lasciano presagire alcun cambio di passo. Ma il vero scandalo è stato l’aver nominato in blocco la direzione nazionale: un’operazione che neanche il Soviet supremo avrebbe fatto». Un Soviet. Parolone grosso. O semplicemente azzeccato perché Bersani pare seriamente intenzionato a mettere in atto quanto affermato nel corso della campagna elettorale per le primarie: no al partito liquido e senza tessere, sì al sistema bocciofila. E così capita che abbia (ri)imposto Vasco Errani come candidato del Pd alle Regionali in Emilia.

Errani ha già vinto nel 1999, è stato confermato nel 2004 ed è così pronto a presentarsi una terza volta come presidente. Una legge ad hoc è pronta, nero su bianco. A Bologna sta quindi andando in scena uno spettacolo simile a quello in programma a Milano, dove Roberto Formigoni è pronto a correre per la terza volta per la sedia di governatore della Lombardia a nome del Pdl. A creare mal di pancia è la posizione inamovibile di Bersani perché, fanno sapere dagli ambienti democratici emiliani, le alternative ci sono, eccome.

In particolare si guarda ad un assessore importante nell’attuale giunta regionale, Giovanni Bissoni, che si occupa di Sanità. Ma l’ex ministro non ha alcuna intenzione di cambiare opinione a riguardo. Errani è il candidato unico, altri nomi non sono ammessi. I vertici del Pd devono dunque prestare molta attenzione alle loro parole: se dovessero fare polemica per le scelte del centrodestra in Lombardia, qualcuno potrebbe far loro presente di guardare a casa propria.

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Non sa più scherzare

Gianfranco Fini conferma il suo stato di imbronciato perenne e lo fa ai microfoni di Radio Gioventù, nel corso dell’appuntamento settimanale con il ministro Giorgia Meloni e Pierluigi Diaco. Negando un piacere ad una persona, la Meloni, che ha sempre coltivato con il presidente della Camera un rapporto che va al di là delle formalità istituzionali, tanto che si danno del tu. Invitato a lanciare il brano dei Pink Floyd “Another brick in the wall”, Fini ha declinato: «Mi rifiuto, non ce ne è bisogno. Ognuno deve fare il suo mestiere», ha detto. « Mettere una canzone per radio mentre c’è Diaco che ascolta – ha aggiunto  - è come se qualcuno volesse presiedere la Camera davanti al presidente. Ognuno faccia le sue cose».

Tipo i permalosi?

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