
Caro Giovannino.
cento di questi giorni! Cento di questi Primo Maggio, come quello del 1908, roba di tanto tempo fa, quasi impossibile da ricordare come fosse fatto oggi come oggi. Eppure c’è da immaginarselo: quella campagna che si preparava per il maggengo e la vita dell’estate, il sole alto sulle strade costeggiate dai filari di alberi, la vita quieta dei paesi che erano città, tutto nasceva e si compiva lì. Vita bucolica, ma pure vita di sudore e duro lavoro.
Caro Giovannino, nel giorno in cui noi tuoi affezionati lettori celebramio il centenario della tua nascita, io ripesco quella pagina dell’Unità del 23 luglio 1968, quando osò dire che era morto uno scrittore mai nato. A conti fatti, è come se tu non fossi mai morto mentre l’Unità se l’è vista brutta in diverse occasioni ed ora è più anonima che mai.
Per chi ti conosce non sei solo l’anima del Mondo piccolo, di don Camillo e Peppone. Sei il giornalista del Candido e delle battaglie giornalistiche che così potevano essere condotte solo da chi la sa lunga, da chi è fiero di essere come è, del mestiere che fa e della cultura semplice che si porta sulle spalle. Sei il padre di famiglia che facendo le prediche ai tuoi Carlotta e Alberto, inevitabilmente finiva per farle agli altri, grandi e piccoli. Sono valide ancora oggi, peccato la gente non sappia più leggerle.
Sei l’ex Internato militare che prese la via della Germania, affrontadola con il sorriso in attesa dei giorni migliori, anche quando la loro alba pareva lontanissima. Sei l’uomo che non si è mai tradito, che non ha mai rinnegato, perché quanto hai fatto nella tua vita, troppo breve, è sempre nato dall’orgoglio di essere te stesso. Sei quell’artista che la mattina presto guardava fuori dalla finestra di casa, dopo una lunga notte al lavoro, per vedere i contadini che marciavano verso i campi, scovando in quell’attività così umile il senso di tante cose.
A noi uomini comuni i figli e i nipoti interessano più di ogni altra cosa. Più ancora di noi stessi, perché noi ci consideriamo il chicco di grano che si nutre dei succhi della terra per dar vita alla spiga e la nostra esistenza è in funzione della spiga.
Hai reso felici migliaia di persone. Le hai risollevate, fatte sorridere e pensare, riflettere e meditare. Hai lasciato centinaia e centinaia di progetti incompiuti, bozze di racconti, vignette e articoli che stanno tornando alla luce per i tuoi cento anni. Hai superato i confini della letteratura italiana, della critica e del ben pensare, conquistando tutti gli angoli del mondo. Hai fatto commuovere e, ancora oggi, riesci a far rivivere quel Mondo piccolo che non c’è più. O se c’è, non è quello di un tempo, non è il tuo Mondo piccolo. Sei morto nel ‘68, non credo tu abbia fatto apposta, ma è come se avessi voluto dire che il tuo tempo era scaduto, che era il momento di levare il disturbo da un mondo che in quell’anno si rovinò parecchio. Lasciando ai tuoi amici lettori l’eredità di pensare con la propria testa e di rimanere quelli di sempre, quelli alla Peppone che nel bel mezzo di un comizio, assalito dalle note dei suoi trascorsi di soldato sul fronte della Prima guerra mondiale, ammetteva che sono la patria, la fede e la famiglia a contare davvero. Tre pilastri magari un po’ logorati dal tempo, ma ancora ben saldi. Per lo meno, nei tuoi lettori, che sono ben più di 23, Giovannino.
Manchi a tutti noi. Però sappiamo che non sei mai morto.
Buon compleanno, Zuanin.
«Ma come fai ad essere contento? Sei un berlusconiano e pure un po’ leghista!». E’ quello che mi sono sentito dire una volta venuti a galla i risultati di Roma. Come se fosse proibito ad un elettore di centrodestra del nord essere soddisfatto per una netta vittoria nella capitale. Invece sì, sono ben contento. Per una lunga serie di motivi, come si suol dire in codesti casi.
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